Cultura e Spettacoli
2 Novembre 2011
Zeffirelli rilegge Pagliacci di Leoncavallo

di PATRIZIA IOVINE

CIVITAVECCHIA – Il palcoscenico del Teatro dell’Opera di Roma ha accolto in questi giorni una grandiosa messinscena curata da Franco Zeffirelli. Si tratta del melodramma Pagliacci di Ruggero Leoncavallo già rappresentata al Costanzi nel 1992.
Nel mezzo di un periodo storico segnato da un’inflessione verista espressa splendidamente dalle note rivoluzionarie della Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni nacque il melodramma Pagliacci scritto in soli cinque mesi e poi musicato dall’autore-compositore allora trentacinquenne Ruggero Leoncavallo nato a Napoli il 23 aprile 1857.
Fu battezzata sul palcoscenico del teatro dal Verme di Milano nel 1892 sotto la direzione musicale di Arturo Toscanini. Si tratta di un’opera dalle tinte vivaci e a un tempo fosche che mette a confronto finzione e realtà. In un perpetuo altalenare di situazioni ed eventi gli avvenimenti si inseguono e si confondono per sovrapporsi in un tragico epilogo. Prendendo spunto da una vicenda tratta dalla cronaca dell’epoca che proprio suo padre, allora magistrato a Catania, si trovò a giudicare, Leoncavallo decise di scrivere un esemplare libello.
Tre celebri sinfonie di Mascagni hanno preceduto la rappresentazione: La sinfonia delle Maschere, il Sogno dal Guglielmo Ratcliff, l’Intermezzo della Cavalleria Rusticana splendidamente espresse dall’Orchestra del teatro dell’Opera di Roma.
Col sipario ancora chiuso ecco apparire una coloratissima maschera, il Prologo, giunto per raccontare le intenzioni dell’autore di “pingere uno squarcio di vita”, per illustrare la condizione dell’artista di strada costretto a ridere in scena anche quando la rabbia gli divora il cuore, obbligato a fare il pagliaccio, a soffocare “lacrime e singhiozzi”.
Dopo l’annuncio del Prologo “Andiam. Incominciate” un ricchissimo quadro animato sorprende l’intera sala.
L’ Opera è stata ambientata dal geniale Zeffirelli in una piazzetta suburbana chiassosa, popolata da giocolieri, acrobati, maschere, travestiti, gestanti, bambini, animali, e poi biciclette, motorini e automobili anni ‘60, spose e fotografi. All’interno di uno spettacolare carosello d’azioni dalle tonalità sfavillanti ecco apparire, a bordo di una vecchia roulotte, i Pagliacci giunti per annunciare lo spettacolo previsto “a ventitré ore”. La protagonista, Nedda, che reciterà quella stessa sera la parte di Colombina, viene sorpresa da Tonio, compagno di scena nel ruolo di Taddeo, insieme al suo amante Silvio. Tonio rivela ogni cosa al marito di Nedda, Canio, che vestirà il ruolo di pagliaccio nello spettacolo annunciato.
Durante i preparativi che precedono la rappresentazione, col viso per metà tinto di bianco, Canio intona la celebre aria Ridi Pagliaccio. Nel secondo atto, nel bel mezzo della recita allestita su un piccolo coloratissimo palco circoscritto da intermittenti luci colorate in una gioiosa atmosfera ricca di suoni e di personaggi, Canio compie la sua vendetta. Tonio pronuncia con tono sinistro “La commedia è finita”.
Ottime le sonorità dell’orchestra abilmente diretta dal maestro Gianluigi Gelmetti. Bravissimi il coro e i cantanti, in particolare il soprano greco Myrtò Papataniasu (Nedda), il tenore americano Stuart Neill (Canio), il baritono Seng-Hyoun Ko, Domenico Balzani (Silvio). Applausi anche al secondo cast composto da Susanna Bianchini, Renzo Zulian, Silvio Zanon. Eccellente la messinscena, suggestivo l’impianto scenografico curato da Zeffirelli, splendidi i costumi di Raimonda Gaetani.