Sport
30 Novembre 2011
Motociclismo. La morte di Simoncelli spiegata dal centauro locale Valerio Rufoloni

di LUCA GROSSI –

Sono passati appena dieci giorni dalla morte del campione di MotoGP Marco Simoncelli.
La caduta, la corsa dei soccorsi, i minuti di suspense in attesa di una notizia che si temeva ma che si sapeva che sarebbe arrivata.
Dopodiché le lacrime, le riflessioni e lo sconforto di chi, appassionato o meno, è rimasto scosso dall’interruzione di una carriera dell’unico possibile erede del campionissimo Rossi e della vita di una ragazzo simpatico ed alla mano.
I funerali sono stati seguitissimi da tutta la nazione, ad accompagnare la bara del ragazzo le due moto che lo hanno condotto ai risultati più importanti.
È paradossale come due genitori, ma più in generale una famiglia, che hanno perso un figlio per una corsa sulle moto, accettino di fare entrare con il feretro del proprio figlio, le stesse moto che ne hanno causato la morte.
A spiegarci come sia invece possibile tutto questo è Valerio Rufoloni, asso civitavecchiese delle moto, Rufoloni da diversi anni rappresenta la nostra città nei campionati italiani di Superbike e più in generale nei campionati Civ.
«La moto è una passione che ti prende, è qualcosa che hai dentro e di cui non puoi fare a meno. Credo davvero che non sia uno sport ma sia esclusivamente una passione – spiega Rufoloni -. Quando è accaduto l’incidente a Simoncelli ero in viaggio per andare alla ricerca di sponsor in grado di farmi correre il prossimo campionato italiano. Nonostante lo shock non ho pensato neanche un secondo di fermarmi o di tornare indietro. La passione e la voglia di correre è rimasta la stessa. Non conoscevo Simoncelli molto bene, anche se diverse volte ho corso con lui. Al di là di questo il mondo delle moto è tutto una grande famiglia, di cui tutti si sentono parte. Quello accaduto a Simoncelli è un mix di fatalità e sfortuna. Nelle gare di Superbike, o anche nella MotoGP, la sicurezza è ai massimi livelli. L’unica possibilità di farsi male è appunto che una moto ti venga sopra. Ed anche in quel caso il punto dove ti prende la moto e la velocità hanno un ruolo fondamentale in un incidente».
Rufoloni sottolinea anche la pericolosità delle moto da strada piuttosto che da quelle da corsa: «Quasi nessuno di noi corridori possiede moto da strada. Corriamo solamente in pista perché conosciamo i pericoli che realmente ci sono su una strada urbana. Anche nei campionati regionali le normative sono molto rigide sia per quanto riguarda l’equipaggiamento e sia per quanto riguarda le vie di fuga ed il tracciato. In strada invece qualsiasi cosa potrebbe essere letale».
Rufoloni, che negli anni scorsi ha ben figurato nei campionati italiani di Superbike disputati, è stato anche campione regionale. In questi giorni sta preparando il suo prossimo impegno: «Sto preparando il Trofeo Centauro che si svolgerà il prossimo 4 dicembre, cercherò di fare il mio meglio anche per dare risposte positive ai miei sponsor, perché questo sport oltre ad essere una passione per quanto riguarda i rischi, è una passione anche per gli innumerevoli costi che si sopportano per praticarlo in sicurezza in una gara ufficiale».

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