CIVITAVECCHIA – “Il recente episodio verificatosi presso l’Ufficio delle Entrate di Romano di Lombardia offre lo spunto per alcune considerazioni solo in parte legate agli aspetti sindacali tradizionalmente intesi, comunque presenti sotto il profilo della sicurezza da garantire nei luoghi di lavoro altamente sensibili. E oggi il fisco è considerato – a torto o a ragione – una delle principali cause del forte malessere sociale che si registra in Italia. Nell’esprimere piena solidarietà ai colleghi coinvolti nel grave fatto di cronaca, ennesimo segnale di un disagio sempre più diffuso e tracimante, guardiamo con forte preoccupazione alle faglie che si stanno aprendo nel cosiddetto stato sociale o in quel che di esso è ancora rimasto.
Stiamo indubbiamente attraversando uno dei momenti più difficili della recente storia economica e sociale europea: il vecchio continente è ormai da tempo in piena recessione e la sua classe politica dirigente non dimostra di comprendere appieno le crescenti tensioni generate da una forma di capitalismo, palesemente superata e bocciata dagli eventi, che grazie a questa negligenza verticistica continua a provocare crescenti effetti negativi sulle persone prima ancora che nei mercati.
L’unione monetaria annaspa rivelando in tutta la sua crudezza le contraddizioni, mai risolte, che l’hanno sin dall’inizio contraddistinta e alcuni paesi – tra cui purtroppo il nostro – scontano il peso di un grave deficit pubblico che rappresenta un’insopportabile aggravante al generale momento di sofferenza.
Si discute tanto degli imperdonabili ritardi dell’Italia in vari settori strategici – infrastrutture, trasporti, turismo, ricerca, scuola e università, ecc. – effetto di sciagurate politiche senza una visione a lunga gittata, limitate all’orizzonte temporale opportunistico della più vicina scadenza elettorale per racimolare un effimero consenso. Tutto questo è noto e quotidianamente sviscerato da studiosi e osservatori molto più qualificati di chi scrive.
In queste righe vorrei invece brevemente riflettere sugli “effetti collaterali”, lo dico provocatoriamente, di una crisi che sembra non avere fine.
Mi riferisco innanzitutto ai giovani cui stiamo negando qualsiasi prospettiva di futuro; l’Istat ci dice che il tasso di disoccupazione giovanile ha raggiunto a marzo la soglia del 36%, il più alto dal quarto trimestre 1992! Praticamente un disoccupato su tre.
Mi riferisco pure alle famiglie di lavoratori dipendenti, anche statali, che un tempo – ed è solo poco tempo fa – rappresentavano il ceto medio, autosufficienti quanto basta per garantirsi un tenore di vita dignitoso anche grazie a quei risparmi che hanno lungamente rappresentato il manifesto più evidente della stabilità italiana. Ebbene, a causa dell’incidenza della pressione fiscale e dei salari fermi ormai da diversi lustri, esse sono oggi alle prese con risorse dimezzate al punto tale da coprire il fabbisogno per poco più della metà del mese (e in taluni casi nemmeno quello).
Mi riferisco, ancora, al popolo delle partite IVA, una categoria silente e dolente di piccoli imprenditori, lavoratori autonomi e professionisti che sta pagando anch’essa un prezzo salatissimo alla politica dei tagli e del rigore; non si contano quasi più i suicidi dovuti alla vergogna che deborda nella paura, talvolta certezza, di non farcela.
I più sfrontati, o forse cinici, ci dicono che è il conto presentato dalla non più differibile politica dei tagli e del rigore: difficile negarne la necessità, ma anche l’esigenza di ripensarla in modo radicale perché non affondi nella carne viva delle persone.
Non si ha tuttavia notizia del cambio di rotta che ci vorrebbe per salvare le persone, far ripartire la crescita e le economie di scala. Non si avverte, in sostanza, che vi sia nel ponte di comando la reale consapevolezza dello strappo sociale che si sta consumando. Anzi, proiettandoci sullo scenario internazionale, non possiamo fare a meno di notare che coloro direttamente o indirettamente implicati nel tracollo del capitalismo più spregiudicato, artefici dei titoli tossici e dello tsunami finanziario che ne è seguito, sono oggi chiamati a tutti i livelli a gestire la fase della riedificazione. Come dire: affidiamo all’amministratore del condominio la ricostruzione dell’edificio che ha distrutto con la sua mala gestione. Non può funzionare.
La politica in generale e quella italiana in particolare farebbe bene a riappropriarsi in fretta del ruolo che la “congiuntura economica” (leggi speculazioni) ha affidato a tecnici che, per quanto di valore, non possono e non sanno mediare con i bisogni della cosiddetta società civile. Da loro ci si aspetta la scure sugli sprechi di denaro pubblico, magari evitando di affidare a un consulente tecnico esterno al governo il piano degli interventi da effettuare, non che prelevino vampirescamente le risorse necessarie da chi il conto è abituato a pagarlo da sempre e anche per gli altri.
Vi è, oltre al resto, l’aspettativa di rideterminare meccanismi in senso virtuoso e non oppressivo. Chi investe nella crescita, pubblica o privata che sia, ha diritto di ricevere credito dalle banche e di vedersi compensati i debiti verso lo Stato con il credito vantato nei confronti dello stesso Stato: sarebbe già un bel modo per girare la manopola dell’ossigeno nel verso giusto.
Insomma, il Parlamento facesse – nelle more della riappropriazione degli spazi democratici da parte della Politica (certo, non questa politica) – ciò che prevede la Costituzione: tutelare il lavoro, i diritti, la dignità, la libertà dal bisogno dei cittadini e delle imprese per non alimentare oltremodo l’odioso sospetto che esso li consideri controparte dei propri interessi.
Altrimenti consegneremo inevitabilmente il paese ai sacerdoti della protesta-mai-della-proposta e le macerie del dopo voto saranno ferite ancor più difficili da curare”.
Rocco Carbone
(Segretario Generale Sipdad-Dirstat)
Lettere
15 Maggio 2012
"Conciliare tagli e welfare"

