Lettere
15 Aprile 2013
Polo Universitario, l'ora della verità

NICOLA PORRO

Consigliere Comunale del Pd

Membro del Cda del Consorzio Universitario

 

La decisione della Sapienza di procedere al progressivo smantellamento dei poli universitari di Civitavecchia e Pomezia non giunge inaspettata. Io stesso, nell’indifferenza generale, avevo segnalato nei mesi scorsi il pericolo di una dismissione unilaterale della sede accademica locale. Adesso però non servono isterismi e vittimismi né confusi appelli a una mobilitazione a tinte localistiche. Per salvare il nostro Polo occorre prima di tutto una corretta informazione e la capacità di elaborare proposte credibili e concrete.
In termini di conoscenza dei fatti:
1. Allo stato siamo in presenza di un orientamento degli organi accademici di uno solo dei due partner universitari. Sarebbe opportuno conoscere gli orientamenti della Tuscia e promuovere subito una conferenza comprensoriale fra tutti i soggetti interessati.
2. Sbaglia La Sapienza a drammatizzare la questione dei contributi finanziari. Non esistono pendenze economiche irrecuperabili e tali da compromettere la ripresa dei corsi. E’ invece vero che i tempi operativi delle amministrazioni locali sono più lenti e le procedure più farraginose di quelle di un sistema relativamente specializzato come l’Università. I partner accademici erano però sin dal principio perfettamente consapevoli di queste potenziali difficoltà.
3. Un elemento critico sottovalutato è il ruolo dei partner territoriali. Va riconosciuto alla Fondazione Cariciv, ad esempio, di avere onorato i propri impegni e di aver promosso una qualificazione strutturale del Polo. La sua rappresentatività in seno alle istanze decisionali è però del tutto sottodimensionata e ciò non incoraggia il potenziale protagonismo di altri partner.
4. Un orientamento negativo di buona parte delle autorità accademiche nei confronto della ‘territorializzazione dell’offerta didattica’ (leggi Poli universitari locali) non è scoperta recente. Serpeggia da anni nel modo universitario una preoccupazione che va esaminata con serietà prima di demonizzarla. Essa consiste nell’idea che, in un sistema scientifico fortemente competitivo e tendenzialmente globalizzato, la dispersione sul territorio di risorse umane, tecniche e finanziarie comprometta la possibilità di sfruttare al meglio le economie di scala e sottragga agli Atenei la massa critica necessaria a competere con concorrenti che non sono le università della provincia accanto, ma si chiamano Boston, Tokio o Colonia.
5. Del tutto assente finora nel ragionamento locale è la trasformazione radicale che il sistema universitario nazionale sta per conoscere per effetto della legge 270. L’offerta didattica sarà compattate e selezionata. Spariranno molti corsi a bassa produttività didattica (pochi laureati) o scientifica (poca ricerca prodotta). Verrà drasticamente limitato il ricorso alle docenze a contratto. Sono elementi che riguardano molto da vicino il nostro caso e che ci impongono scelte conseguenti.
6. Il nostro Polo paga oggi anche le conseguenze della sua scarsa visibilità sociale, effetto della scelta infelice di localizzarlo in parte fuori del contesto urbano e della rinuncia delle Amministrazioni cittadine (Civitavecchia e non solo) a promuovere sinergie efficaci fra città, territorio e sistema universitario.
Quanto alle proposte:
1. E’ urgente la convocazione di una conferenza comprensoriale che imponga alle istituzioni di assumere la questione universitaria come priorità condivisa per l’agenda politica. Alla conferenza devono partecipare con pari dignità tutti i soggetti pubblici e privati che vogliono concorrere al rilancio del Polo e deve concludersi con un atto di indirizzo da inoltrare a tutte le istituzioni interessate (Ministero, CUN, Conferenza dei Rettori, Regione, Atenei).
2. L’atto di indirizzo dovrà pronunciarsi (a) sulle priorità dell’offerta didattica; (b) sullo stato giuridico del consorzio, oggi inadeguato; (c) sulla composizione degli organismi decisionali; (d) sulla localizzazione della sede.
3. Nel riformulare un progetto didattico razionale e utile al territorio bisogna, prima di tutto, liberarsi dell’ossessione del ‘corso di laurea’ percepito come una sorta di simbolo di status per la comunità locale. Se vogliamo sopravvivere alla sfida della riforma occorre modulare un’offerta più versatile, come i master di primo e secondo livello, e più ancorata alle nostre reali esigenze. Altrimenti finiremo per rincorrere logiche e interessi a noi estranei, divenendo il ricettacolo di corsi rifiutati dagli Atenei o il capro espiatorio per i fallimenti altrui. Mi piacerebbe che la conferenza comprensoriale si ponesse domande semplici ma impegnative: a che ci serve una presenza universitaria? Come e in quali ambiti scientifici possiamo candidarci a cogestire esperienze di eccellenza, a cominciare dalla ricerca applicata? Quali ricadute ci aspettiamo? Mi limito a segnalare due priorità: il mare come sistema biologicamente complesso e come vettore di mobilità e le risorse ambientali, storiche e culturali di un territorio dalle potenzialità ampiamente sottovalutate.
4. Nel merito delle proposte circolate in queste settimane è bene eliminare subito alcuni equivoci. La legge 270 non permette di istituire partenariati fra sedi locali e Atenei se non a precise condizioni (contiguità territoriale fra comuni sedi di Atenei e sedi decentrate, approvazione del piano didattico da parte degli organi accademici nazionali). Chi propone di rispondere al presunto ‘schiaffo’ della Sapienza con un fantasioso self service fra sedi universitarie alternative genera solo pericolose illusioni. L’ipotesi delle Fondazioni rappresenta uno scenario interessante ma allo stato abbastanza astratto. Il modello delle Fondazioni è tipico del contesto anglosassone dove lo Stato non riconosce valore legale alla laurea. Nei Paesi europei continentali (non solo nella nostra lentissima Italia) l’iter previsto per assegnare a istituzioni di diritto privato titolarità accademica è lungo, incerto e controverso. In ogni caso, richiede un riconoscimento giuridico nazionale, come è comprensibile considerando che è solo lo Stato il titolare delle certificazioni accademiche. Persino istituzioni di eccellenza come la Bocconi o la Luiss hanno dovuto sobbarcarsi in anni lontani a un travagliato percorso amministrativo per poter conferire titoli con validità legale. Immaginarsi di dar vita in pochi anni a un’università fatta in casa (quello che le baronie spregiativamente definiscono ‘modello Ikea’) è un’altra illusione pericolosa. Sulla localizzazione, personalmente ho accolto come un’ipotesi stimolante quella avanzata dalla Delmirani di puntare sulla Caserma Piave. Con due riserve. La struttura è palesemente sovradimensionata alle esigenze concrete di un futuro Polo, per quanto ‘rigenerato’. La sede è sicuramente più centrale di quella del Villaggio del fanciullo, ma insiste su un’area ancora semiperiferica e bisognosa di migliori collegamenti con il centro e gli accessi viari e ferroviari.
Mi pare, insomma, che ci sia materia per un confronto finalmente approfondito e per risposte operative. ‘Conoscere per agire’, diceva il vecchio Einaudi. Da noi si è preferito trastullarci con l’appello al ‘diamoci da fare’. Adesso, prima che sia troppo tardi, vediamo di non gettare il bambino con l’acqua sporca.