Lettere
15 Aprile 2013
Quelle coscienze da mobilitare

di EZIO CALDERAI  

Caro Direttore,
mi è molto piaciuto il tuo corsivo di ieri in occasione della inaugurazione della Centrale “riconvertita” di Torre Nord. Non ci conosciamo da ieri, per cui, per confermarti simpatia e stima, non ho davvero bisogno di profondermi in complimenti. Mi interessano di più i contenuti.  
Nell’articolo hai curato una ricostruzione storica ed un’analisi socio-culturale perfette, per di più in un italiano perfetto, pregio non da poco ai nostri tempi.
Il percorso a ritroso Ti ha portato alla conclusione amara, sconsolata di una “città più povera di otto anni fa. Più povera economicamentepiù povera culturalmente, visto che la protesta anziché mobilitare le coscienze … ha dilaniato il già fragile tessuto sociale … più povera politicamente, dopo aver dimostrato l’incapacità di esprimere una classe dirigente in grado di trasformare il peso della riconversione in una opportunità di crescita per la città.”.
Perfetto, e non meno condivisibile l’invettiva verso una città che “non sa esprimere cultura politica e cultura d’impresa”. Una nota di speranza, a fatica e non senza scetticismo, si fa strada soltanto nella parte finale del tuo articolo.
Che debbo dirti? Sono pienamente d’accordo, anche se avrei preferito trovare un qualche cenno autocritico. In fondo, la stampa, il quarto potere, nelle democrazie liberali ha un ruolo preminente nell’orientamento e nella mobilitazione delle “coscienze”. Non così, purtroppo, nel nostro Paese, dove gli editori “puri” sono rari come le mosche bianche e non riescono a fare opinione, monopolizzata, invece, dai grandi giornali, espressione dei poteri economici dominanti.
Il tuo prezioso “giornale” ha svolto un ruolo importante in questi anni, ma, non io, Tu stesso dovresti interrogarti se si è impegnato fino in fondo nel compito di “mobilitare le coscienze”.
In argomento, per tornare al tema, sono intervenuto tra il 2002 ed il 2007 non meno di otto volte e sempre, per la verità, “La Provincia” mi ha dato ospitalità
Ho garbatamente polemizzato con le Associazioni degli imprenditori, alle quali mi ero permesso di ricordare che l’esperienza del passato (quella “riconvertita” non è certo la prima Centrale che viene costruita a Civitavecchia) ci aveva insegnato che le imprese locali uscivano dai “lavori” più povere di quanto non ci fossero entrate, come si è puntualmente verificato anche questa volta e giustamente non hai mancato di sottolinearlo.
Ho polemizzato, con toni aspri, con l’ENEL e con la sua classe dirigente.
Ho seguito con ammirazione la lotta dei “no coke” ed in particolare del Comitato dei medici, distinguendomi, tuttavia, dalle loro posizioni, convinto come ero, e come sono, che la battaglia non dovesse limitarsi alle ragioni della salute e dell’ambiente, ma assumere un respiro più ampio e meno convenzionale, fino ad interrogarsi sugli effetti che il rinnovato vincolo sul territorio avrebbe prodotto sullo sviluppo portuale, ai danni, cioè, di attività ben più ricche anche in termini occupazionali rispetto a quelle sviluppate da una Centrale, che produce sì un’enorme ricchezza, che se ne va però sui fili senza lasciare traccia nella città e nel comprensorio. 
Ho ossessivamente sottolineato che l’aspirazione di Civitavecchia a candidarsi a snodo di traffici essenziale per il paese (bene hai fatto a ricordare l’impegno mantenuto dal Presidente Berlusconi) sarebbe rimasta frustrata fino a quando la città non fosse stata collegata alle grandi arterie nazionali, attraverso il completamento della superstrada per Viterbo, di collegamento con l’Adriatico, e dell’autostrada Civitavecchia-Livorno o, per chi la considera dannosa e inutile, del sostanziale ammodernamento dell’Aurelia. Di questo ieri non una parola. Che importa l’elettricità non imbocca l’autostrada. Nel frattempo, il nostro ceto politico non sa fare di meglio che accapigliarsi su una “bretellina”, di nessuna utilità, se non quella di spendere soldi tra i tanti dissennatamente gestiti dalla Provincia, e che, fatto se possibile ancor più grave, devasterebbe uno dei pochi ambiti territoriali che ci sono rimasti, degni di essere conservati.
Ho cercato, da ultimo, quando era ormai chiaro anche ai sassi che nessuno avrebbe fermato la “riconversione”, di portare il dibattito su un altro terreno, muovendo dalla realtà: bene, anzi male, la Centrare si farà, ma avrà o no il territorio il diritto di ottenere “compensazioni” per l’ennesimo sacrificio consumato sull’altare delle necessità strategiche del Paese? Infrastrutture, garanzie effettive e non virtuali di monitoraggio delle immissioni in atmosfera, riduzione dei costi dell’energia per le imprese che si insediano nel territorio e per i cittadini, almeno delle fasce sociali più deboli ecc. Vedrete, non passerà tempo e non ci sarà grande opera pubblica che non sconterà un “canone ambientale” a favore delle popolazioni cui viene chiesto il sacrificio. In fondo il principio che ispirava la legge 8/1983, alla cui abrogazione abbiamo assistito impotenti e colpevolmente rassegnati. C’è stato, forse, da noi, almeno l’inizio di una simile discussione? Nulla, nulla di nulla. Siamo tornati alle convenzioni concluse, grande assente lo Stato, in qualche stanza prestigiosa, ma lontana dai cittadini e dalle loro reali aspettative. In questo l’attuale Sindaco è stato superato in bravura soltanto dal suo predecessore del 1997 che autorizzò la riconversione di Torre Sud senza che nessuno se ne accorgesse.
La mia non è una auto celebrazione. Nessuna tentazione, caro Massimiliano, di dire “lo sapevo, l’avevo previsto, non poteva che finire così”. Piuttosto una provocazione: se vuoi mobilitare le coscienze, prendi di petto questi ed altri temi.
Ce ne sono almeno altri due, università e nuovo assetto dei servizi comunali.
Entrambi di retroguardia
Il primo è segnato non soltanto dai cattivi risultati degli ultimi anni quanto piuttosto dalla necessità, che i tempi e le risorse del Paese fortunatamente impongono, di rivedere la politica della disseminazione periferica di improbabili facoltà, che ha contribuito a squalificare gli Atenei di quanto già lo fossero e ciò che è peggio il livello dei nostri laureati. Proviamo a chiederci quante borse di studio, serie e non simboliche, per studenti meritevoli del comprensorio, si sarebbero potute istituire con i soldi sprecati per la logistica, il funzionamento degli organi, la proliferazione di cattedre. Soltanto un campus per facoltà strategiche, d’ingegneria e fisica nucleare, avrebbe potuto salvarci. Ma chi altri, se non lo Stato e l’ENEL avrebbero potuto sostenere l’iniziativa? Figuriamoci, l’ENEL. Quando si è trattato di localizzare una sub direzione ha scelto Vado Ligure. Nel frattempo da Civitavecchia è stato portato via tutto, persino le squadre di pronto intervento.
L’affair holding, infine. Nome suggestivo, non al punto da esorcizzare lo scetticismo: troppe volte il cambio di nome ha nascosto l’incapacità di gestione. Uffici sono diventati Agenzie, ASL USL e di nuovo ASL, senza apprezzabili risultati.
Non mi azzardo a entrare nel merito di un’operazione brillante di ingegneria societaria, mi limito ad osservare che siamo agli antipodi della politica, che è solo e semplicemente, per gli enti locali, l’arte del corretto governo del territorio, assicurando alla popolazione i servizi essenziali. Se fino ad oggi il Comune non c’è riuscito con le società partecipate, vero buco nero della finanza pubblica, perché domani dovrebbe riuscirci con la holding. Più brutalmente, ad un Comune che non riesce a sistemare i marciapiedi o addirittura il telone della vergogna sul ponte di Corso Centocelle, a protezione della sempre più remota trincea ferroviaria, quale affidabilità si può accreditare quando dovrà tenere direttamente “sotto controllo” processi delicati, sofisticati, come lo smaltimento dei rifiuti, il trattamento e la distribuzione delle acque, l’energia?
Domande retoriche, le mie. Ma la speranza, si sa, è l’ultima a morire, per cui, come utente di quei servizi, mi auguro di essere smentito dai fatti.
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