Energia e ambiente
13 Ottobre 2016
Olio di palma, oltre i falsi miti

Dai biscotti ai prodotti da forno. Sono tante le aziende che dagli scaffali dei supermercati strillano al “senza olio di palma” e anche dai consumatori la pressione è sempre più insistente. I capi di imputazione per questo olio vegetale, che è il più utilizzato al mondo, sono diversi e si va dall’impatto ambientale ai rischi per la salute. Ma è realmente così? Secondo Giuseppe Allocca, presidente dell’Unione italiana per l’olio di palma, “la demonizzazione dell’olio di palma è la più grande bufala degli anni 2000”, non c’è nessun motivo scientifico né per la salute né per l’ambiente. Qualche esempio? Per sostituire il palma con la colza ci servirebbero 5 volte in più di terreni per avere la stessa quantità di olio che salirebbero a 6 volte di più per il girasole e addirittura a 9 volte più per la soia o a 11 in più per l’olio di oliva. Stesso discorso per i pesticidi. Il palma impiega circa 2 Kg a tonnellata di pesticidi, molto meno del girasole (ne usa 6kg/t), della colza (11kg/t) o della soia (29kg/t). E anche nei fertilizzanti le prestazioni sono migliori: per ottenere una tonnellata di olio, il palma necessita di 47 kg di fertilizzanti, mentre la soia impiega 315 kg. In relazione all’impatto ambientale, Carlo Alberto Pratesi, professore di Economia e gestione delle imprese al dipartimento di studi aziendali dell’Università Roma Tre, spiega che sono tre gli indicatori da prendere in considerazione: “quanto terreno viene utilizzato, quanta CO2 viene prodotta e l’impatto in termini di acqua”. Ebbene, “in tutti e tre gli indicatori il palma è il più sostenibile tra tutti gli oli vegetali perché non richiede irrigazione, ha un carbon footprint inferiore a tutti gli altri e da un punto di vista del terreno impiegato è molto più produttivo perché su poca superficie si riesce a produrre parecchio olio”. Il problema, dunque, “è che proprio per queste sue caratteristiche ha avuto una domanda straordinaria per cui la pianta in sé è molto sostenibile ma le dimensioni in crescita della sua coltivazione possono portare degli effetti negativi primo fra tutti la deforestazione ed è proprio questo che l’olio di palma sostenibile cerca di combattere”. In questo contesto, dunque, a fare la differenza è la certificazione. “Al momento, lo standard di certificazione maggiormente riconosciuto e utilizzato a livello globale è quello RSPO che garantisce che l’olio certificato è realizzato tutelando l’ambiente, la bio-diversità e i diritti dei lavoratori” spiega Pratesi. C’è poi tutto il capitolo che riguarda l’impatto sulla salute. In questi mesi, infatti, si sono moltiplicate le voci che esortano a escludere l’olio di palma dalla dieta quotidiana, in quanto accusato di contribuire in modo significativo all’intake di grassi saturi. Una bufala secondo Allocca che spiega: “questo ingrediente contribuisce per meno del 20% della quantità di grassi saturi che assumiamo giornalmente. Il restante 80% viene invece da altri alimenti». Secondo Giorgio Donegani, Tecnologo alimentare e divulgatore scientifico che si occupa per l’Unione dei temi di salute e nutrizione in relazione al consumo di palma, le indicazioni dei nutrizionisti sono chiare e sintetizzabili in due punti: «i grassi saturi servono all’organismo e non dovremmo assumerne troppi. In questo contesto, è importante ricordare che il palma, come tutti gli ingredienti alimentari, non può essere demonizzato tout court, tant’è che la comunità scientifica è concorde nell’affermare che all’interno di una dieta bilanciata, non presenta rischi per la salute e pertanto non c’è motivo di sconsigliarne il consumo purché non sia eccessivo”.