Sanità
21 Aprile 2020
Zone rosse e controlli, ecco come il Lazio protegge i fragili

‘Dividi e controlla: è una strategia antica quella che nella Regione Lazio è stata utilizzata contro il coronavirus, sul campo di battaglia più complesso e fragile, quello delle ‘casè che assistono gli anziani. Cordoni sanitari, a volte la chiusura dell’intero Comune, ma anche strutture apposite dedicate agli anziani Covid-positivi. Una rete, quella delle Covid-Rsa, da circa 400 posti letto: tre private accreditate sono già attive (A Morlupo, Civitavecchia e Frosinone), mentre  a Genzano, partirà la prima Covid-Rsa pubblica. Nel frattempo una raffica di controlli, con tanto di segnalazioni ai Nas. L’obiettivo è duplice: isolare il contagio in quelli che in alcuni casi si sono rivelati dei focolai, e proteggere la fascia d’età per cui il virus potrebbe essere più letale. Il Lazio era corso ai ripari già dal 28 febbraio con una comunicazione alle Rsa e – tramite sindaci e prefetti – ai Comuni per le case di riposo, nella quale si davano indicazioni sull’uso delle mascherine, si disponeva il blocco delle visite nonché le procedure da tenere in caso di riscontrate positività. Questo però non è bastato a impedire che alcune di queste realtà abbiano condotto la Regione a contromisure di blocco. Se in una casa di riposo o in una Rsa, infatti, c’è un numero di positivi troppo alto rispetto a quello della popolazione del Comune che lo ospita – spesso molto piccolo – allora si inviano i dati al Cts nazionale, si consulta il sindaco e si può decidere di dichiarare ‘zona rossà l’intero paese, anche perché spesso gli operatori che entrano ed escono dalle strutture sono quasi tutti residenti della cittadina stessa. È il caso per esempio dei Comuni di Campagnano e Celleno, tuttora ‘zone rosse proprio a causa di due strutture per anziani; è stato il caso di Contigliano e di Nerola, ex zone rosse; a Fondi, centro invece grande e popoloso ed ex zona rossa, il focolaio derivò invece da un evento sociale per anziani. Ci sono stati invece casi in cui la posizione della struttura – magari staccata dall’abitato – consente di non blindare l’intero Comune: a Civitavecchia e Marino, per esempio, è bastato un cordone sanitario attorno alle rispettive Rsa, così come a Rocca di Papa, dove addirittura la Regione ha diffidato il direttore sanitario della locale Rsa perché privo dei requisiti, e ha iniziato l’iter per la revoca dell’autorizzazione. E’ stato disposto un ulteriore giro di vite su tutto il mondo delle case per anziani: il personale sanitario potrà operare presso un singolo centro e in entrata e in uscita dovrà misurare la febbre e la saturazione di ossigeno. Le ispezioni, finora, sono state oltre 360 e due case di riposo abusive sono state scoperte a Fiuggi, nel Frusinate. È un tema su cui la Regione Lazio si riserva di legiferare quando si uscirà dall’emergenza: se le Rsa sono strutture accreditate con il Sistema sanitario regionale, infatti, le case di riposo sono invece delle realtà socio-assistenziali autorizzate dai Comuni e non dalla Regione. Ed è una giungla: «Il tema è complesso – riconosceva giorni fa in commissione regionale l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato – perché il controllo ai Comuni consente con più difficoltà un chiaro monitoraggio». E c’è di più: dalle ispezioni sono emerse due costanti. La prima è che «gli ospiti il più delle volte non sono autosufficienti, ed è grave perché in contrasto con la norma regionale». La seconda è che si ricorre intensivamente a «personale scarsamente formato e precario, che ‘gira periodicamente queste strutture». Personale che è stato «spesso il veicolo del contagio».(ANSA)