Maestra positiva al Covid, ma per la Asl il caso ancora non esiste
Cronaca
15 Novembre 2020
Maestra positiva al Covid, ma per la Asl il caso ancora non esiste
La storia paradossale di una insegnante di Tarquinia che lavora in una scuola dell’infanzia del comprensorio

TARQUINIA – Una storia emblematica. Di quelle che fanno riflettere sulle tante falle legate ai protocolli anti Covid e ai sistemi di tracciabilità dei casi, ormai al collasso.

La storia riguarda una maestra di Tarquinia, positiva al Covid 19, ma di fatto un fantasma. Un caso, cioè, completamente disconosciuto dalla Asl di appartenenza. A dieci giorni dalla conferma della positività con tampone molecolare, l’azienda sanitaria di Viterbo, infatti, non ha ancora preso in carico la paziente. E ciò, nonostante le segnalazioni del medico di base, del laboratorio analisi che ha effettuato i tamponi e della stessa insegnante che in vano ha cercato di far avviare i protocolli previsti dalle linee guida.

La maestra ieri ha terminato l’isolamento e domani eseguirà il tampone “di uscita”, che ha dovuto richiedere il medico condotto perché la Asl non è ancora riuscita ad aprire il protocollo, nonostante la paziente sia una categoria prioritaria in quanto insegnante positiva al Covid.
Non un caso qualunque, quindi, ma una maestra della scuola dell’infanzia la cui classe, solo grazie alla tenacia della donna stessa (in accordo con la dirigente scolastica), è riuscita a mettersi al riparo dalla diffusione dei contagi. E’ stata la stessa insegnante, infatti, a fare la segnalazione alla Asl Roma 4, ( competente nel territorio presso il quale si trova la scuola dove la maestra presta servizio), riuscendo a far attivare in parte il protocollo per la tutela dei bambini.

Fortunatamente la donna sta superando senza conseguenze l’infezione da coronavirus, ma il caso che la riguarda è davvero paradossale, muovendosi (come spesso può accadere) tra tre diversi comuni del litorale e due diverse Asl.

L’odissea inizia quando l’insegnante comincia a sentire dolore e rigidità al collo, sospettando in un primo momento una infiammazione alla cervicale. E’ lunedì 2 novembre, la maestra presta regolare servizio a scuola: un istituto per l’infanzia di un comune del litorale romano appartenente alla Asl Roma 4. Il giorno successivo, dopo la mattinata trascorsa a scuola, il malessere aumenta, con dolori articolari e febbre a 38,4. Nell’insegnante nascono i sospetti che si tratti di coronavirus. Quindi la decisione di approfondire; anche in vista di una imminente visita medica programmata per la settimana successiva. Con senso di responsabilità, l’insegnante segnala il caso al medico di base che le consiglia subito un test rapido, in considerazione anche del delicato ruolo lavorativo della paziente.

La maestra chiede subito appuntamento per effettuare il test, ma le viene fissato per il lunedì successivo, dopo ben sei giorni. Subito il primo intoppo. A questo punto, che fare? Aspettare i tempi per l’esame, lasciando che i piccoli alunni continuino ad andare a scuola sembra assurdo. Nel frattempo, il medico di famiglia apre il protocollo, mandando la segnalazione alla Asl di Viterbo, mentre la maestra si mette in isolamento.
Per non perdere tempo prezioso, per se stessa e per i suoi piccoli alunni, l’insegnante decide di rivolgersi al laboratorio privato della vicina Civitavecchia (laboratorio accreditato Asl) che effettua subito il test rapido che conferma i sospetti e dà esito positivo al Covid 19. Subito il laboratorio procede anche con il molecolare, dal quale emerge la conferma di positività al Covid.

Il laboratorio invia subito la segnalazione alla Asl di Viterbo, ma la Asl non risponde. La stessa cosa accade al medico di base, che pur avendo regolarmente inviato la segnalazione alla Asl, non riceve riscontri in merito: alla maestra non arriva nessuna telefonata da parte del team covid per l’apertura del protocollo. L’urgenza di proteggere dal contagio i bambini della scuola diventa prioritaria per la maestra, che quindi decide di contattare di sua iniziativa la Asl Rm4 per segnalare il proprio caso di positività al Covid, con la Asl Rm4 che prende in carico la situazione mandando in quarantena precauzionale i piccoli bimbi della scuola dell’infanzia di un comune del litorale.

I bambini hanno concluso la quarantena ieri e hanno effettuato il tampone di uscita presso il drive in di Civitavecchia, come disposto dalla Asl Rm4. Tampone che fortunatamente ha dato esito negativo per tutti. La maestra di Tarquinia, appartenendo ad altra Asl, ha dovuto invece penare ancora per capire come procedere. Così accade che i piccoli alunni domani rientreranno in classe, ma la maestra non potrà farlo ancora.

Un paradosso dietro l’altro. L’insegnante, per rientrare in classe deve infatti necessariamente avere il nulla osta della Asl di appartenenza, che però, ad isolamento terminato da parte della paziente, non conosce ancora il caso.
Il medico di base – che nel corso dei giorni ha inviato, senza ottenere risposta, un secondo sollecito all’azienda sanitaria -, ha quindi prescritto alla paziente il secondo tampone e provveduto a compilare il certificato medico per il prolungamento di assenza dalla scuola della maestra fino a giovedì, sperando che nel frattempo arrivi l’esito del tampone per la cui esecuzione si è aperta un’altra odissea. Non avendo la Asl di Viterbo dato ancora alcuna comunicazione, la maestra ha cercato in ogni modo di contattare l’azienda per chiedere come fare per il secondo tampone: uscire di casa senza autorizzazione della Asl per fare il tampone, o aspettare la Asl lasciando scoperta per giorni la classe? Un rebus degno dei più complicati rompicapo.

Per dieci giorni l’insegnante ha inviato segnalazioni alla Asl, tramite telefonate che hanno avuto l’esito di un rimpallo di uffici; lettere mail che non hanno ottenuto risposte. Alla fine, attraverso il Cup, la donna è riuscita a prenotare il tampone molecolare d’uscita, presso il drive in di Tarquinia che eseguirà domani e che le consentirà di essere inserita nei registri Asl. L’augurio è che l’esito del tampone arrivi con tempi celeri (in alcuni casi sono arrivate risposte anche dopo sei giorni) così da permettere alla maestra di riprendere il proprio posto di lavoro. In caso di esito negativo del tampone, la Asl dovrà quindi andare a ritroso a ricostruire la storia di una paziente , peraltro insegnante dell’infanzia, sulla quale si sarebbe dovuto attivare un protocollo urgente di prevenzione dei contagi, attivato al di fuori delle linee guida solo per coscienza della maestra.

La domanda sorge spontanea, ma se la situazione avesse coinvolto una 65enne – tra e-mail da mandare e numeri telefonici da reperire – come sarebbe andata a finire la vicenda?