di Marco Gubetti
ROMA – Alla fine della scorsa settimana il Consiglio dei ministri ha varato la misura del cosiddetto concordato preventivo biennale. Si tratta di un vero e proprio accordo che il governo proporrà nei prossimi due anni fiscali a tutte le partite Iva in regime ordinario (per un anno solo e in via sperimentale per quelle in regime forfettario) sull’ammontare delle tasse dovute. In sostanza, la Agenzia delle Entrate farà un stima di quanto dovrebbero essere i contributi da versare per la partita Iva che volesse aderire al concordato e, in caso di assenso da parte del lavoratore autonomo, in cambio la Agenzia delle Entrate rinuncerà a fare controlli per due anni. Il governo dunque tenta la carta del fisco amico per verificare se, dialogando preventivamente con gli autonomi, riuscirà a incassare di più di quanto non sia accaduto finora con un sistema strutturato su un meccanismo esattamente opposto, cioè con dei controlli eseguiti ex post, all’inseguimento dell’evasore (vero o presunto). E in questo senso va ricordato che ogni anno su poco meno di due milioni e mezzo di autonomi in regime ordinario ne vengono controllati circa il 5%, ovvero intorno ai 100mila. Pochissimi. In questa direzione va anche un’altra misura, approvata giovedì scorso dal Cdm nella stessa seduta, per la quale una pratica di accertamento da parte della Agenzia delle entrate partirà solo dopo un preventivo contraddittorio con il contribuente: in questo modo se le parti riscontrano insieme che c’è stato un mero errore materiale (come un refuso o una dimenticanza) si risolve tutto senza aprire contenziosi e questo non potrà che aumentare il clima di collaborazione tra fisco e contribuente. È chiaro che il crinale sul quale il governo ha deciso di provare a muoversi con l’introduzione del concordato preventivo è molto stretto, perché deve cercare di ottenere più contributi di prima (altrimenti la misura si rivelerebbe inutile), ma non può neanche fare proposte troppo alte a ciascun contribuente, pena una mancata adesione di massa. Lo Stato dovrà quindi calibrare la proposta all’autonomo caso per caso e con molto equilibrio. L’impressione è che per dare al concordato preventivo maggiori probabilità di riuscita bisognerebbe abbinare agli innegabili ed evidenti vantaggi per chi aderisce, anche maggiori svantaggi per chi non aderendo poi evade e quindi aumentare sia il numero dei controlli (per il momento c’è l’introduzione dell’intelligenza artificiale nella ricerca dei dati, vediamo se basterà…), sia l’entità delle multe. Per valutare l’efficacia di questa misura occorrerà aspettare, ma va detto che il primo ad andarci coi piedi di piombo nelle aspettative è proprio il governo che, almeno per quest’anno, non metterà a bilancio la cifra pattuita con chi aderirà al concordato preventivo, proprio per non rischiare di averi buchi e per poter lavorare un domani su dati reali e più solidi.


