di Marco Gubetti
ROMA – I dati sulla crescita diffusi dall’Eurostat martedì scorso dimostrano come l’Italia abbia saputo mantenere le promesse. Il nostro Pil nel 2023 fa registrare uno +0,7%: un risultato di un punto base inferiore rispetto alle previsioni del governo, ma comunque di uno 0,2% superiore alla media dell’Eurozona, che si ferma al +0,5%. E tutto questo nonostante le due guerre in corso, le gravi difficoltà che stanno avendo le navi ad attraversare il Canale di Suez e una politica di rialzo del costo del denaro durissima nell’ultimo anno e mezzo. Dunque, guardando ai numeri, si può dire che il 2023 dell’economia italiana è da promuovere. Certo, ora occorre fare i conti con la fine del rimbalzo post-Covid e con tutte le criticità appena elencate, che – a meno di inaspettate sorprese – continueranno a esserci per tutto il 2024. A questo va anche aggiunta la zavorra del Superbonus che peserà sulle finanze italiane ben oltre quest’anno. Per vedere il bicchiere mezzo pieno ci sono però almeno tre buone ragioni. Vista la pericolosa stagnazione in cui è finita l’Eurozona, tutti gli operatori di mercato ed economici fanno conto di avere un primo taglio degli interessi da parte della Bce ben prima dell’estate. In queste giorni si parla apertamente di aprile come il mese in cui avverrà il primo abbassamento dei saggi e i più ottimisti prevedono che tra maggio e dicembre ci saranno altri tre tagli. C’è poi da tenere conto che le prime quattro rate del Pnrr ‒ che l’Italia è riuscita a ottenere speditamente e senza grossi intoppi – devono ancora espandere i loro effetti benefici sull’economia e cominceranno a farlo proprio nel corso del 2024. Infine c’è l’inflazione che rispetto a un anno fa è stata dimezzata e la tendenza è quella di un’ulteriore decrescita: questo potrà sicuramente dare una mano alla ripresa dei consumi. C’è però anche l’altra faccia della medaglia. Gli stessi dati dell’Eurostat che promuovono la crescita italiana, ci confermano anche che oggi il malato d’Europa è la Germania, che chiude il 2023 con un Pil negativo, -0,3%, e che in prospettiva rischia di avere più problemi degli altri partner europei a far ripartire la propria crescita. Alcuni analisti tedeschi scommettono che l’anno in corso si chiuderà con un dato negativo del Pil molto simile a quello appena registrato. Per capire le dimensioni della crisi in cui si sta avvitando Berlino può essere utile osservare i dati diffusi negli scorsi giorni dalla Oxford Economics. Lo studio degli analisti britannici calcola che la Germania del post-Covid – cioè nei cinque anni che andranno dal 2020 al 2024 ‒ crescerà del 5,5% (poco più di 1% l’anno) e se si pensa che la stima per l’Italia è invece del 12,7% ci si rende conto meglio della gravità della situazione nella quale è venuta a trovarsi quella che, fino a non molto mesi fa, era ancora la locomotiva d’Europa. Le difficoltà che sta attraversando la Germania senza dubbio hanno delle ragioni esogene ‒ come accade per l’Italia e per tutta l’Europa ‒, ma alle quali si aggiungono delle cause del tutto peculiari che derivano da scelte di politica economica interna che hanno drammaticamente accelerato la crisi di Berlino. Si pensi, ad esempio, al vincolo interno con il quale i tedeschi si autoflagellano e per il quale il rapporto deficit/pil non deve mai superare lo 0,3%, neanche in caso di emergenza, e questo nonostante il debito pubblico tedesco sia al 65%. Un eccesso di prudenza che probabilmente affonda le sue radici nelle ancestrali paure provocate dal fantasma di Weimar e che sta letteralmente soffocando l’economia tedesca a partire dalla domanda interna. A questo aggiungiamoci che aver obbligato le aziende automobilistiche tedesche a mettere tutte le uova nel paniere dell’alimentazione elettrica in nome di un ecologismo utopistico si sta rivelando un pesantissimo boomerang. Così, mentre in tutto il mondo ci si sta già attrezzando per un futuro dell’automotive dove l’elettrico avrà un ruolo marginale, i tedeschi si trovano fare i conti con investimenti miliardari sbagliati e una concorrenza cinese nel settore assolutamente imbattibile. La risalita ci sarà. I tedeschi sono famosi per saper rimettersi in piedi anche dopo le peggiori catastrofi, ma la luce in fondo al tunnel richiederà un lasso di tempo non brevissimo e questa è una cattiva notizia non solo per la Germania. L’economia italiana è legata a filo doppio a quella tedesca e una recessione teutonica non potrà che rallentare anche la nostra crescita. Basti pensare che in undici regioni italiane, in particolare quelle del Nord, una percentuale che oscilla tra il 20 e il 40% dell’export va verso la Germania, che semplicemente è il nostro primo partner commerciale. Per questo a Roma, ma non solo, si spera che la locomotiva riprenda a correre il prima possibile.


