di Diego Galli
VITERBO – Il centro storico di Viterbo sta vivendo un momento delicato. La chiusura di Officine Toscane, storica bottega di via Roma, è solo l’ultimo segnale di una trasformazione in atto: sempre meno residenti, flussi turistici limitati ai fine settimana e la progressiva desertificazione commerciale minacciano la vitalità di una città che fino a pochi anni fa brillava per la sua storia e il suo artigianato.
I negozi storici chiudono, lasciando spazio a attività più recenti come barber shop e minimarket, spesso percepiti dai cittadini come estranei al tessuto urbano consolidato. Tra gli imprenditori che scelgono di restare, l’artigianato locale rappresenta ancora un presidio di identità, qualità e cultura del fare. Ma senza politiche mirate, incentivi, residenzialità e integrazione, il rischio è che il cuore di Viterbo perda lentamente ciò che lo rende unico.
Per approfondire la situazione e capire le possibili soluzioni, abbiamo intervistato Andrea De Simone, segretario di Confartigianato Viterbo.
La chiusura di uno storico negozio in via Roma (Officine Toscane) ha fatto discutere in città. Cosa significa per il centro storico di Viterbo perdere negozi storici e botteghe artigiane?
La chiusura di un’attività è sempre una ferita per il tessuto urbano e sociale. Soprattutto se è l’ultima di una lunga serie, se contribuisce ad aumentare il numero delle serrande chiuse rispetto a quelle aperte. Perché dove chiude un’impresa, purtroppo, abbiamo visto che non sempre ne riapre un’altra. Non si tratta solo di un negozio che abbassa le serrande, ma di un pezzo di identità che si perde. Le attività, artigianali e commerciali, soprattutto se storiche, rappresentano presidi di qualità, di saper fare e di relazione umana: ciò che, in sostanza, distingue un centro vivo da un quartiere dormitorio. Il problema principale, in un centro come il nostro, è la progressiva desertificazione abitativa che poi genera anche quella commerciale: meno luci accese, meno persone per le strade, meno sicurezza e meno attrattività. È un circolo vizioso che va assolutamente interrotto, non con interventi spot ma con politiche mirate.

Secondo lei, l’artigianato può davvero ridare vita al centro storico? Come?
L’artigianato è la forma più autentica e più antica di economia di prossimità e rappresenta un elemento distintivo dei centri storici. L’Italia è il Paese dei campanili e delle botteghe. Perché funzioni, però, servono condizioni favorevoli: spazi accessibili, incentivi mirati, politiche abitative che riportino residenti e giovani famiglie nel cuore della città. Un laboratorio artigiano non è solo un’attività economica: è un luogo di incontro, di trasmissione del sapere e di valorizzazione delle tradizioni locali. L’obiettivo è ripopolare il centro con botteghe e persone, creando un equilibrio tra vivibilità, cultura e lavoro.
Il centro storico di Viterbo sta cambiando anche per l’arrivo di nuovi residenti stranieri. Come possono gli immigrati contribuire positivamente all’artigianato locale e alla vita del centro? È necessario un percorso di integrazione guidata per valorizzare queste competenze?
L’arrivo di nuovi residenti non va considerata una minaccia. Molti cittadini stranieri possiedono competenze importanti, che potrebbero essere integrate nel tessuto locale attraverso percorsi di formazione, tutoraggio e collaborazione con i maestri artigiani viterbesi. In molti casi questo già accade. Serve però un progetto strutturato, guidato dalle associazioni di categoria e dalle istituzioni, che favorisca un’integrazione vera, basata sul lavoro e sulla qualità. E’ soprattutto necessario evitare che non si creino quartieri ghetto dove l’integrazione e la convivenza diventano impossibili. Perché altrimenti il cortocircuito è inevitabile, come ci raccontano spesso le cronache. Non possiamo negare che nel centro di Viterbo esista un problema sicurezza, con quartieri diventati critici abbandonati a loro stessi. Esiste però anche un artigianato che sceglie di resistere, e diventa anche presidio di qualità e, se vogliamo, anche di legalità. Penso, per esempio, a diverse attività storiche di via Cairoli, che hanno scelto di restare nonostante una situazione complicata. O, come nel caso della Pasticceria Casantini, persino di rilanciare, con nuove aperture che rappresentano una sfida ma anche un segnale importante.
Molti negozi chiudono anche per mancanza di ricambio generazionale. Cosa serve per convincere i giovani a investire e restare nel centro storico?
Servono opportunità e fiducia. I giovani devono percepire che aprire un’attività nel centro storico non è un salto nel buio, ma una scelta sostenuta da politiche concrete. Parlo di agevolazioni fiscali per chi investe, di contributi per il recupero dei locali dismessi, di formazione digitale per chi vuole innovare il mestiere artigiano. Come Confartigianato facciamo la nostra parte assistendo le imprese, specie giovani, che decidono di aprire in centro. Penso, per esempio, alla pasticceria La Dolce Vita in via San Lorenzo, che non solo è una nuova e giovane attività, ma offre anche un servizio essenziale alla clientela in quella zona per residenti e turisti. Ma serve anche una strategia di rigenerazione abitativa, che prescinde dal turismo del week end: non si può pensare a un centro vivo se non ci abitano più le famiglie. Il centro deve tornare ad essere un luogo dove si vive, non solo dove si passa. Dove si trovano negozi di prossimità, ma anche e soprattutto servizi.
Calano i flussi, aumentano i costi e il centro si svuota. Quali azioni concrete servono subito per sostenere chi resta e rilanciare il cuore di Viterbo?
In primo luogo, semplificare. Troppa burocrazia scoraggia chi vorrebbe investire. Poi servono interventi fiscali immediati: riduzione delle imposte locali per chi mantiene aperta un’attività in centro e contributi per l’efficientamento energetico dei locali. Ma la misura più urgente resta quella abitativa: senza residenti, ogni sforzo rischia di essere inutile. Col turismo, sebbene in crescita, ma limitato ai fine settimane e ad alcuni momenti dell’anno, lavorano, e ne siamo contenti, le attività di somministrazione, ma le imprese del commercio e dell’artigianato (fornai, calzolai, acconciatori, fotografi, sarti, ottici, etc), sopravvivono nel centro se ci sono i residenti o un accesso più comodo per gli avventori. Bisogna riportare vita e servizi. Faccio un esempio: in centro a Viterbo non c’è più uno sportello bancario. Non ci sono bagni pubblici funzionanti. Forse a breve non ci sarà più neanche il capolinea degli autobus, a quanto pare. Non ci sono quasi più uffici pubblici, che servono a portare gente tutto l’anno. In questo senso, la riapertura dell’ex Banca d’Italia o di altri palazzi storici rimasti chiusi sarebbe un passaggio essenziale, sia per una maggiore presenza di persone sia perché chi lavora in centro magari sceglie anche di viverci. Senza servizi, gli imprenditori che restano aperti vanno considerati eroi, campioni di resilienza. Ma la rotta va invertita. Servono politiche abitative davvero efficaci, incentivi per chi decide di abitare e investire nel centro, servizi di prossimità, attenzione al decoro urbano e una presenza costante delle istituzioni. Il rilancio del centro passa dalla ricostruzione di una comunità.

Si parla ora di un parcheggio multipiano da 600 posti che è in fase di studio fuori Porta Romana. Molti, tuttavia, pensano che arriverà troppo tardi per invertire la rotta dell’economia locale. Lei cosa ne pensa?
Ogni intervento sulla mobilità può essere utile, se concertato. Il parcheggio serve, ma da solo non risolve il problema se nel frattempo il centro continua a svuotarsi. Va inserito in una strategia più ampia che includa la residenzialità, la viabilità pedonale, il decoro urbano e l’incentivo alle attività produttive. Dobbiamo pensare a un centro storico vissuto e accessibile, non solo raggiungibile. E in ogni caso non credo che si tratti di un intervento immediato.
Un giudizio all’Amministrazione Frontini per l’operato svolto fino a oggi verso e per il centro storico.
Alcuni passi in avanti sono stati fatti. Penso per esempio al piano dehors, a cui abbiamo contribuito in maniera propositiva come Confartigianato. Ma la sensazione è che manchi ancora una visione organica: il discorso centro storico non può essere affrontato a compartimenti stagni, con slogan e spot o con provvedimenti estemporanei. Auspichiamo che l’Amministrazione avvii un piano integrato di rigenerazione urbana, costruito insieme alle categorie economiche e ai cittadini. Servono meno annunci e più concretezza.

