Civitavecchia – Binari di Sangue e Stazioni Fantasma: la “Tratta Nera” che il Lazio non può più ignorare
Cronaca
27 Gennaio 2026
Civitavecchia – Binari di Sangue e Stazioni Fantasma: la “Tratta Nera” che il Lazio non può più ignorare
L'ennesima tragedia si è consumata ieri sui binari. Almeno quattro morti in meno di 12 mesi e in appena 30km di ferrovia. Ora, molti, si chiedono: "Si poteva evitare?"

CIVITAVECCHIA — Di fronte all’ennesimo lenzuolo bianco steso sui binari di Civitavecchia, la retorica del “tragico incidente” non basta più. Tra suicidi, investimenti e degrado, le stazioni del litorale nord sono diventate una terra di nessuno dove la sicurezza è un optional e la morte una statistica da ripulire in fretta per far ripartire i pendolari.

Ieri pomeriggio, al binario 3 della stazione di Civitavecchia, il tempo si è fermato un’altra volta. Un ragazzo di 26 anni, Andrea Minervino, una vita ancora tutta da scrivere, è finito sotto le ruote del regionale 4511. I pendolari guardano, si coprono gli occhi, qualcuno filma, molti si lamentano del ritardo. Poi arrivano la Polfer, il magistrato, il carro funebre. Si pulisce, si riparte.

Ma quello di ieri non è un caso isolato. È l’ultimo capitolo di una mattanza silenziosa che ha trasformato la linea Roma-Civitavecchia-Pisa in quella che i numeri, freddi e impietosi, ci costringono a chiamare la “Tratta Nera” del Lazio.

 

La Geografia del Dolore

 

Basta riavvolgere il nastro agli ultimi 12 mesi per capire che non siamo di fronte a coincidenze. Dal 2025 a oggi, l’area compresa tra Ladispoli, Cerveteri, Santa Marinella e Civitavecchia ha visto cadere quattro persone. Quattro vite spezzate in meno di trenta chilometri di ferro. Ad aprile 2025 un uomo travolto a Santa Marinella; poche settimane dopo una donna a Marina di Cerveteri; a giugno un altro investimento a Civitavecchia. E ora, gennaio 2026, si ricomincia nello stesso, maledetto punto. Se questi numeri riguardassero un incrocio stradale, avremmo già rotatorie, dossi e telecamere. In ferrovia, invece, si parla di “fatalità”. Ma è davvero fatalità se l’accesso ai binari è, in molte stazioni, libero come l’ingresso in una piazza pubblica?

 

Stazioni o Terre di Nessuno?

 

Il problema, sollevato da comitati pendolari e cittadini ma puntualmente ignorato, è strutturale. Le stazioni italiane, e quelle del Lazio in particolare, hanno smesso di essere presidi dello Stato per diventare “non-luoghi”. Mentre si investono milioni nell’Alta Velocità e in tecnologie di segnalamento invisibili, le banchine restano ferme all’Ottocento.

 

  • Dove sono le barriere fisiche? Nel 2026 è inaccettabile che l’accesso alla sede ferroviaria sia arginato, quando va bene, da una staccionata divelta o da un marciapiede basso, senza tornelli o porte di banchina (standard ormai nelle metropolitane moderne).
  • Il deserto del personale: Dopo una certa ora, le stazioni di provincia diventano cattedrali nel deserto. Biglietterie chiuse, personale assente. Chi controlla? Chi vigila?

 

Il Degrado Chiama la Morte

 

C’è un filo rosso che lega la morte sui binari al degrado circostante. Una stazione abbandonata a se stessa, sporca, mal illuminata e frequentata da disperati senza assistenza, è un magnete per la tragedia. Le cronache locali sono piene di segnalazioni che non fanno notizia sui telegiornali nazionali: aggressioni ai capotreno, risse sulle banchine, spaccio alla luce del sole. La stazione di Civitavecchia, snodo cruciale per il turismo crocieristico, mostra spesso il suo lato oscuro non appena cala il sole. Se tolleriamo che una stazione sia terra di conquista per la microcriminalità e l’abbandono, stiamo implicitamente accettando che sia anche un luogo insicuro fisicamente. L’insicurezza percepita diventa insicurezza reale. Chi vuole farla finita trova nel buio e nell’assenza di controlli l’invito che cercava; chi è distratto o imprudente trova la trappola mortale.

 

Svegliare il Torpore Istituzionale

 

La domanda che tanti cittadini e comitati, da tempo, rivolgono a RFI, alle Regioni e al Ministero dei Trasporti è semplice: “qual è la soglia di tolleranza?” Quanti altri “inconvenienti alla circolazione” (come vengono asetticamente chiamati gli investimenti mortali) servono per avviare un piano straordinario di messa in sicurezza delle stazioni?

 

Non servono solo nuovi treni Pop e Rock per fare bella figura. Serve blindare l’infrastruttura. Come tanti evidenziano, servono:

 

  • Barriere anti-intrusione lungo le tratte urbane e nelle stazioni a rischio.
  • Presidi fissi di sicurezza che non siano solo passaggi sporadici delle forze dell’ordine.
  • Tecnologia di rilevamento: sensori che blocchino i treni prima dell’impatto se rilevano masse sui binari, una tecnologia che esiste ma costa.

 

Fino a quando la sicurezza sarà valutata solo in termini di costi-benefici economici e non di vite umane, si continueranno a contare i morti. E ogni volta che un treno si fermerà per un “investimento persona”, la colpa non sarà solo di chi era sui binari, ma di chi ha permesso che quei binari fossero così tragicamente accessibili.

 

Ieri è morto un ragazzo di 26 anni e non possiamo chiamarlo “incidente”. Si tratta, piuttosto, di un fallimento di un intero sistema che da troppi decenni non riesce a rinnovarsi.