VITERBO – Critiche nette al progetto del raddoppio dell’acquedotto del Peschiera arrivano dal comitato “Non ce la beviamo”, che in un documento diffuso in queste ore boccia senza appello l’infrastruttura destinata a convogliare l’acqua dalla provincia di Rieti a quella di Viterbo. Un’opera da 313 milioni di euro di fondi pubblici e circa 120 chilometri di nuova condotta, definita dal comitato «faraonica» e priva di reali benefici per il territorio.
Secondo i promotori dell’iniziativa, il nuovo raccordo idrico andrebbe a servire soltanto una parte limitata della Tuscia, senza risolvere in modo strutturale il problema della presenza di arsenico nelle acque. Una scelta giudicata paradossale, considerando che la provincia di Viterbo viene indicata come una delle aree più ricche di risorse idriche sotterranee. Il comitato richiama studi del Dipartimento di Geologia dell’Università della Tuscia, che avrebbero individuato falde con concentrazioni di arsenico prossime allo zero in alcune zone del territorio.
Da qui la critica alla mancanza di un’analisi preventiva delle risorse locali, prima di ricorrere a prelievi da bacini distanti oltre cento chilometri. Nel mirino finiscono anche i costi futuri dell’opera, legati alla gestione, alla manutenzione e al consumo energetico della condotta, voci che – secondo il comitato – rischiano di ricadere almeno in parte sulle tariffe pagate dai cittadini. A questo si aggiunge l’incertezza sui tempi: la conclusione dei lavori, stando alle previsioni attuali, non avverrebbe prima del 2034, lasciando aperta la questione di come affrontare nel frattempo il problema della dearsenificazione.
Un altro punto centrale riguarda l’impatto sui territori di origine dell’acqua. Le captazioni previste interessano le sorgenti del Peschiera e delle Capore, già sfruttate per rifornire Roma, la Sabina e parte della provincia romana. Una pressione ulteriore che, secondo il comitato e secondo le preoccupazioni espresse dalla comunità reatina, potrebbe compromettere il deflusso minimo vitale dei fiumi, con conseguenze rilevanti sugli equilibri ambientali.
Nel documento viene inoltre denunciata la mancata considerazione di soluzioni alternative. In particolare, il comitato cita un progetto presentato in Regione da ricercatori del Cnr e medici dell’Isde, basato su membrane porose bioispirate in grado di abbattere la presenza di arsenico fino al 99 per cento, sia nella forma trivalente sia pentavalente. Una tecnologia descritta come più semplice, meno impattante e più economica rispetto agli attuali sistemi di dearsenificazione, ma che – secondo i firmatari – non sarebbe stata neppure valutata.
Da qui l’accusa di una gestione politica ritenuta subalterna agli interessi dei grandi gestori del servizio idrico. Nel mirino finisce in particolare Acea, indicata come soggetto incaricato del progetto, e la prospettiva di un ingresso di soci privati in Talete come condizione per garantire acqua priva di arsenico. Una visione che il comitato respinge, sostenendo che infrastrutture e servizio idrico siano già finanziati dai cittadini attraverso la fiscalità generale e bollette elevate, spesso senza un corrispondente miglioramento della qualità dell’acqua.
«Non vogliamo essere spettatori silenziosi di scelte che scaricano i costi ambientali e sociali sulle generazioni future», conclude il comitato “Non ce la beviamo”, annunciando l’intenzione di continuare a contrastare il progetto e a promuovere soluzioni alternative ritenute più sostenibili.

