Più di sedicimila chilometri separano Melbourne da Viterbo, ma in questi giorni la distanza sembra essersi drasticamente ridotta. Basta dare un’occhiata alle tribune degli Australian Open per avere la netta sensazione che un angolo della Tuscia abbia trovato posto, con grande naturalezza, sugli spalti della Rod Laver Arena.
Tra il pubblico numerosissimo che segue le partite di Jannik Sinner spuntano infatti volti tutt’altro che anonimi: viterbesi autentici, riconoscibili, già più volte pizzicati dalle telecamere internazionali mentre osservano – con attenzione non casuale – le imprese del campione azzurro.
Sappiamo chi sono. Sanno che lo sappiamo. Eppure, il segreto resterà tale.
Possiamo solo dire che non si tratta di spettatori qualunque né di semplici viaggiatori di passaggio. A Viterbo, certi volti non hanno bisogno di presentazioni e, anche mimetizzati tra cappellini e occhiali scuri, difficilmente passerebbero inosservati. Ora, grazie alle inquadrature televisive, sono diventati protagonisti involontari di screenshot, messaggi vocali e post accompagnati dall’inevitabile: “Ma quello… non è?”.
Il loro è un tifo misurato, quasi istituzionale, perfettamente in linea con l’eleganza australiana. Ma c’è qualcosa che li tradisce: lo sguardo teso nei punti chiave, l’applauso che scatta con un leggero anticipo, quel sorriso accennato che racconta molto più di quanto sembri.
Niente nomi, nessun cerchietto rosso sulle immagini e zero rivelazioni plateali. Meglio trasformare ogni match di Sinner in un piccolo gioco per intenditori, una versione viterbese di “Dov’è Wally?”, riservata a chi sa guardare bene.
Morale? Tenete gli occhi fissi sugli spalti, soprattutto nelle prime file, e divertitevi a cercare. Perché se è vero che Melbourne è dall’altra parte del mondo, Viterbo – evidentemente – non conosce confini.

