TORINO – Alla fine, persino mille rimpianti. Perché pure la serata di Torino, quasi sorprendentemente eroica all’interno di una stagione così, diventa stregata. Stagione tecnicamente anonima, lontana dalle posizioni per l’Europa che conta, ma serata che avrebbe restituito tanto, quantomeno orgoglio, quanto calciatori che, tra chi con valigia pronta e chi forse controvoglia rimasto in un folle gennaio di porte scorrevoli, promesse disattese e cessioni illustri, la squadra aveva trovato la partita perfetta, lottando con unghie e denti, professionalità insindacabile. E Sarri aveva fatto quel che intelligentemente, col materiale a disposizione, quest’anno è riuscito a far meglio. Difendersi e ripartire; imbrigliare e colpire. Juve-Lazio è finita 2-2, coi bianconeri che alla fine strappano all’ultima occasione il pari con l’inserimento aereo di Kalulu (gran merito Spalletti). Ma interpretazione perfetta: due ripartenze letali, una al tramonto del primo tempo una all’avvio di ripresa, prima Pedro quindi Isaksen, per uno 0-2 che aveva ammutolito lo Stadium e spiegato al resto della Serie A che la Lazio è sempre la Lazio. Ma la Juve ha di più: più risorse, più calciatori, più qualità, più fisicità. Ma soprattutto un grande allenatore: mesi fa, con altri tecnici, questa gara sarebbe scivolata via. Invece la Juve non s’è scomposta e alla fine, nella notte stregata e quella dell’orgoglio laziale, l’ha ripresa. Prima McKennie, quindi Kalulu. Due a due e rimpianti; per la Juve, in corsa Champions, alla fine un punto guadagnato.

