VITERBO – Non è solo una questione di “chi”, ma di “perché” e, soprattutto, di “come”.
Mentre David Ernesti resta rinchiuso nel carcere di Teramo, l’indagine sull’omicidio di Giovanni Bernabucci si sposta dai corridoi dello stabile di via Santa Lucia ai laboratori dell’istituto di medicina legale del Verano.
Ieri a mezzogiorno è iniziato quello che tecnicamente viene definito un “accertamento irripetibile”: l’autopsia. Ma dietro il linguaggio burocratico si nasconde la chiave per decidere il destino processuale dell’indagato.
L’interrogativo del PM: C’era la volontà di uccidere?
Il punto focale dell’inchiesta coordinata dalla PM Veronica Buonocore non è solo accertare la causa della morte – purtroppo già tristemente evidente – ma ricostruire l’animus di chi ha impugnato il coltello.
La dottoressa Benedetta Baldari, incaricata dalla Procura, dovrà rispondere a una domanda che pesa come un macigno: la condotta di Ernesti era “oggettivamente orientata” a provocare la morte?
Per capirlo, la scienza medica analizzerà ogni dettaglio:
La traiettoria dei colpi: La direzione della lama può dire molto sull’intenzionalità.
La profondità delle ferite: Segni di una violenza cieca o di un impeto momentaneo?
Gli esami tossicologici: Si scaverà nei tessuti e nei liquidi biologici per capire se, al momento del delitto, ci fossero alterazioni dovute a farmaci o altre sostanze che possano aver influito sulla lucidità o sul comportamento.
Non solo medicina: i telefoni come scatole nere.
Mentre il medico legale interroga il corpo della vittima, il perito informatico Pierfrancesco Perri inizierà a “interrogare” i dispositivi elettronici. I cellulari di Bernabucci e di Ernesti sono considerati le scatole nere di questa tragedia. Chat, chiamate, spostamenti GPS e orari: tutto verrà setacciato per ricostruire i rapporti tra i due e capire cosa sia successo nei minuti, o nelle ore, precedenti all’aggressione del 13 febbraio.
Una battaglia di periti
La complessità del caso è testimoniata dal dispiegamento di esperti. Da una parte la difesa di Ernesti, con gli avvocati Mancini e Picchiarelli, che hanno puntato sul dottor Francesco Tripodi. Dall’altra, i familiari della vittima – i figli, la madre e la sorella – che attraverso i propri legali hanno nominato il professor Luigi Farina e l’ingegner Francesco Scialacqua.
Ci vorranno sessanta giorni per avere le relazioni definitive. Due mesi di attesa in cui la scienza proverà a dare un ordine oggettivo al caos di una mattinata di sangue che ha sconvolto il quartiere Santa Lucia.
Cosa succederà ora?
I risultati di questi esami saranno determinanti per la formulazione del capo d’imputazione finale. Se venisse confermata l’attitudine letale e la direzione mirata dei colpi, la posizione di Ernesti si complicherebbe ulteriormente verso l’omicidio volontario aggravato.

