VITERBO – Nel 2025 nella provincia di Viterbo le entrate previste di lavoratori stranieri nelle imprese saranno 5.490 su un totale di 21.050 nuove assunzioni. Significa che il 26,1 per cento dei nuovi ingressi nel mercato del lavoro locale riguarda cittadini non italiani. Un dato superiore sia alla media nazionale (23,4 per cento) sia a quella regionale del Lazio (22,1 per cento). Il quadro emerge dall’ultimo report dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, basato sulle previsioni del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro.
Il dato colloca Viterbo al 41° posto su 105 province italiane per incidenza di lavoratori stranieri nelle nuove assunzioni. Non è tra i territori con le percentuali più alte – come Prato o alcune province del Nord – ma è significativamente sopra Roma (20,9 per cento) e molto distante da altre realtà del Centro-Sud.
Il primo elemento da chiarire è metodologico: non si tratta di lavoratori effettivamente assunti, ma di “entrate previste”, cioè del fabbisogno dichiarato dalle imprese. È una fotografia delle necessità produttive, non una misurazione consuntiva. Tuttavia, proprio per questo, il dato è indicativo di una domanda strutturale.
Nel Viterbese l’economia resta fortemente legata all’agricoltura, all’edilizia diffusa, alla ristorazione e ai servizi alla persona. A livello nazionale, nei comparti agricoli le nuove assunzioni di stranieri arrivano al 42,9 per cento, nelle costruzioni al 33,6 per cento, nella ristorazione e turismo al 24,8 per cento. È ragionevole ritenere che anche nel territorio della Tuscia la domanda si concentri in questi ambiti, dove la disponibilità di manodopera locale appare sempre più ridotta.
Il punto centrale, però, non è stabilire se il sistema “regga” grazie a questa componente. Il tema è un altro: perché in una provincia che registra un progressivo invecchiamento della popolazione e una riduzione dei residenti in età lavorativa, una quota crescente di fabbisogno venga coperta da lavoratori provenienti dall’estero? È un problema di demografia, di attrattività salariale, di condizioni di lavoro, di qualificazione professionale? O di tutte queste variabili insieme?
Il dato del 26,1 per cento non fotografa solo la presenza straniera, ma indirettamente segnala una fragilità del mercato del lavoro locale. Se un quarto delle nuove assunzioni riguarda lavoratori non italiani, significa che una parte significativa delle imprese fatica a reperire personale sul territorio. La questione, quindi, non è solo quantitativa ma qualitativa: quali mansioni vengono coperte? Con quali contratti? Con quale stabilità?
Nel report si evidenzia inoltre come la crescita degli ingressi di lavoratori stranieri sia stata, a livello nazionale, del +139 per cento rispetto al 2017. Anche nel Lazio l’incremento supera il 130 per cento. Non si tratta dunque di un fenomeno episodico o legato a singole stagioni produttive, ma di una tendenza consolidata.
In parallelo, la stessa analisi ricorda che gli stranieri sono mediamente più giovani e contribuiscono in misura significativa al sistema previdenziale. Ma questo elemento, pur rilevante, non esaurisce il problema territoriale. Per una provincia come Viterbo, il nodo riguarda soprattutto la capacità di trattenere giovani italiani, di offrire percorsi professionali qualificati e di rendere attrattivi settori che oggi sembrano dipendere in misura crescente da manodopera esterna.
C’è poi un ulteriore aspetto, spesso trascurato: l’integrazione economica non coincide automaticamente con quella sociale. Un aumento costante della presenza lavorativa straniera implica politiche adeguate in termini di servizi, formazione linguistica, sicurezza sul lavoro, coesione nei comuni più piccoli. Senza una programmazione, il rischio è che il fenomeno venga gestito solo come risposta emergenziale al fabbisogno produttivo.
La fotografia che emerge per la Tuscia non è quindi quella di un territorio “invaso”, né quella di un sistema autosufficiente. È quella di un equilibrio che cambia. Un quarto delle nuove assunzioni non è un dettaglio statistico: è un segnale strutturale. Resta da capire se il territorio stia governando questa trasformazione o se la stia semplicemente subendo.

