Bolsena – Eccellente solo in superficie: la crisi nascosta del lago più grande d’Europa
Ambiente, Cronaca
28 Febbraio 2026
Bolsena – Eccellente solo in superficie: la crisi nascosta del lago più grande d’Europa

BOLSENA – Se il Lago di Vico mostra segnali evidenti di sofferenza, il Lago di Bolsena vive una crisi più silenziosa, ma non per questo meno grave. In superficie l’acqua appare limpida, quasi cristallina. I riconoscimenti ufficiali parlano di qualità eccellente. Eppure, sotto quello specchio trasparente, si sta accumulando un problema destinato a pesare per generazioni.

 

Il più grande lago vulcanico d’Europa sta trattenendo sostanze nutritive che non riesce più a smaltire. Un processo lento, invisibile agli occhi dei bagnanti, ma potenzialmente irreversibile.

 

Balneazione eccellente, ecosistema in affanno

 

I dati più recenti del Portale Acque del Ministero della Salute, aggiornati a febbraio 2026, attribuiscono alla quasi totalità dei punti monitorati la qualifica di qualità “eccellente”. Un risultato che rassicura residenti e turisti.

 

Ma la balneabilità fotografa solo una parte della realtà: misura la presenza di batteri fecali nelle acque di riva in un determinato momento. Non racconta nulla sullo stato chimico e biologico delle profondità. È nel cuore del lago che si determina l’equilibrio dell’intero ecosistema, ed è lì che i segnali diventano preoccupanti.

 

Il fosforo oltre la soglia critica

 

Il parametro chiave è il fosforo totale. Le rilevazioni tecniche di ARPA Lazio indicano una concentrazione media di 13 microgrammi per litro.

 

Un valore che può sembrare modesto, ma che per un lago con le caratteristiche di Bolsena rappresenta un campanello d’allarme. Il report ufficiale parla di “concentrazioni di fosforo totale che eccedono i limiti previsti per il mantenimento dello stato di qualità eccellente”.

 

Superare la soglia dei 10 microgrammi per litro significa entrare in una fase di progressivo deterioramento. Il fosforo in eccesso alimenta la crescita di microrganismi che, una volta morti, si depositano sul fondo. La loro decomposizione consuma ossigeno, impoverendo gli strati profondi e mettendo in difficoltà pesci e organismi bentonici.

 

È un meccanismo lento ma costante, tipico dei processi di eutrofizzazione.

 

Un lago che trattiene tutto: l’effetto dei 300 anni

 

A rendere la situazione più delicata è la struttura stessa del bacino. Studi condotti dal Consiglio Nazionale delle Ricerchee dalla Regione Lazio evidenziano un “elevato tempo di residenza teorico delle acque”.

 

In termini concreti, il ricambio completo della massa idrica può avvicinarsi ai 300 anni.

 

La profondità massima di 151 metri e la presenza di un solo emissario, il Fiume Marta, con portata limitata, generano un effetto imbuto: ciò che entra tende a rimanere. Anche se il calcolo basato esclusivamente sulle precipitazioni suggerirebbe tempi inferiori, la realtà idrodinamica è ben diversa.

 

Questo significa che i nutrienti immessi oggi – ad esempio attraverso fertilizzanti agricoli – potrebbero restare intrappolati nel sistema per secoli. È un’eredità ambientale che si proietta fino al 2326.

 

Agricoltura intensiva e depurazione fragile

 

Le fonti dell’accumulo sono principalmente due.

 

Da un lato l’espansione dei noccioleti intensivi nell’area circostante. Le analisi tecniche parlano di “carico di nutrienti veicolato dal dilavamento dei terreni agricoli circostanti”: piogge e ruscellamenti trasportano nel lago residui di fertilizzanti ricchi di azoto e fosforo.

 

Dall’altro lato emerge la vulnerabilità del sistema di depurazione gestito dal COBALB. Le relazioni tecniche documentano criticità ricorrenti nelle stazioni di sollevamento, con episodi di sversamento che raggiungono direttamente il bacino.

 

Il risultato è un carico continuo, spesso invisibile, che si somma anno dopo anno.