ROMA – Per un soffio. Per una manciata di minuti. La Lazio è andata ad un passo da quel colpo grosso che sarebbe stato come un’oasi nel deserto. Che forse diventa proprio la metafora più calzante. Con soli 3500 biglietti venduti e con una Curva Nord ancora fuori all’Olimpico per una contestazione che non molla mezzo centimetro, in campo Sarri aveva sfiorato l’impresa con l’Atalanta. Nel deserto dell’Olimpico, atmosfera surreale per una semifinale di Coppa Italia, finisce 2-2 tra Lazio e Dea. Dopo un primo tempo dove studio e sonnifero la fanno da padrone, Sarri azzecca i cambi: prima passa con Dele-Bashiru salvo esser subito ripreso da Pasalic, quindi sorpassa al tramonto con Dia. Sembra il gol della liberazione per il senegalese e per tutta la panchina biancoceleste, ma in pieno recupero la squadra non è in grado di resistere all’ultimo forcing bergamasco che porta al definitivo pareggio di Musah. Rimpianti, paradossalmente, tutti laziali. Una Lazio che ha sfiorato, accarezzato e cullato la possibilità di presentarsi a Bergamo ad aprile con due risultati su tre, nell’unica luce rimasta nell’annata più desolante dell’era Lotito, la Coppa Italia. Il tutto con la Nord ancora fuori, una Nord che stavolta s’è spostata da Ponte Milvio ed ha marciato fino all’Olimpico, restando sempre e comunque di fuori. Contestazione esacerbata, senza arretrare di un centimetro: cori e fumogeni, “Estremo atto d’amore”.

