Che fine ha fatto il Museo Civico di Viterbo? Cronaca di un’attesa lunga vent’anni
Cronaca
11 Marzo 2026
Che fine ha fatto il Museo Civico di Viterbo? Cronaca di un’attesa lunga vent’anni
Si guarda con speranza nell'immediato futuro, anche per rispondere al flusso turistico che - a detta della stessa amministrazione - sarebbe "in forte crescita"

VITERBO – C’era una volta il Museo Civico “Luigi Rossi Danielli” di Viterbo, lo scrigno naturale della storia cittadina, custode di memorie che spaziano dagli Etruschi fino all’età moderna. Oggi, purtroppo, assomiglia sempre più a un paziente in coma farmacologico a cui l’amministrazione somministra, a cadenza irregolare, una blanda terapia a base di promesse e rassicurazioni. Ma a che punto siamo davvero con la riapertura completa e definitiva di questo patrimonio inestimabile? Per capirlo è necessario fare un passo indietro e rimettere in fila i fatti, perché in questa città la memoria rischia spesso di essere troppo corta.

Il trauma originale, la ferita che ha innescato questa infinita agonia strutturale, risale all’ormai lontano 25 maggio del 2005. Pochi minuti prima dell’inaugurazione di un’importante mostra, un improvviso cedimento strutturale interessò l’ala Nord dell’edificio, compromettendo gravemente il tetto della Pinacoteca e il Chiostro. Da quel momento, il Museo Civico è entrato in una logorante spirale di chiusure, riaperture parziali, rattoppi e lavori a singhiozzo che sembravano non finire mai.

Un barlume di speranza si era acceso un paio di anni fa. Era la primavera del 2024 quando l’assessore ai Lavori Pubblici, Stefano Floris, faceva il punto sull’andamento della ristrutturazione, assicurando che i cantieri non si erano mai interrotti e che stavano procedendo speditamente verso la conclusione. Gli interventi, concentrati proprio su quell’ala Nord vittima del crollo, prevedevano il delicato consolidamento del solaio di copertura, del solaio di interpiano e delle pareti perimetrali. Sul piatto c’era un investimento sostanzioso: un budget complessivo di 880.000 euro, di cui 800.000 derivanti dai tanto attesi fondi PNRR e i restanti 80.000 messi a disposizione dall’amministrazione Frontini. La scadenza annunciata? Giugno 2024, “salvo imprevisti”, con la promessa di procedere subito dopo ai nuovi allestimenti e di tirare fuori dai magazzini i tanti reperti storici accatastati a prendere polvere. Evidentemente gli imprevisti hanno preso il sopravvento, visto che oggi, a marzo 2026, siamo ancora qui ad aspettare di poter varcare quella soglia.

Ma i problemi del Rossi Danielli non sono soltanto fatti di calcinacci, solai e cantieri infiniti. A mancare, da troppo tempo, è anche una testa pensante. Celebriamo quest’anno un anniversario decisamente amaro: è passato un intero decennio da quando il museo è rimasto senza un direttore. Un vuoto gestionale gravissimo che, oltre a lasciare nel limbo la cura e la catalogazione dei reperti, ha precluso per anni l’accesso ai preziosi fondi dell’Organizzazione Museale Regionale. Nel 2025 l’assessore alla Cultura, Alfonso Antoniozzi, era riuscito nel non facile compito di inserire finalmente a bilancio i fondi necessari per coprire questa posizione apicale. Una mossa lodevole, che però ad oggi si scontra con la dura realtà dei fatti: dov’è il bando pubblico per l’assunzione? Di questa figura fondamentale per il rilancio e la direzione scientifica del polo culturale, al momento, non c’è traccia.

A completare questo quadro desolante c’è poi la questione dei capolavori di Sebastiano del Piombo, la Pietà e la Flagellazione. Anni fa, in seguito alle feroci critiche dell’allora assessore Vittorio Sgarbi sull’inadeguatezza degli spazi espositivi di Piazza Crispi, le due inestimabili opere vennero trasferite nella sezione Portici di Palazzo dei Priori. Quello che doveva essere un esilio temporaneo si sta trasformando in un trasloco permanente, bloccato oggi dagli incomprensibili ritardi nell’installazione delle nuove teche climatizzate al Museo Civico. Senza i contenitori adatti a garantire il microclima essenziale per la conservazione delle tavole, il rientro a casa di Sebastiano del Piombo slitta inesorabilmente a data da destinarsi.

Non possiamo più permetterci che un patrimonio del genere, vitale per l’identità della Tuscia e dal valore inestimabile, resti ostaggio di lungaggini burocratiche, teche non consegnate, cantieri lumaca e bandi fantasma. Viterbo ambisce, giustamente, a fare il salto di qualità nel turismo culturale, ma senza il suo Museo Civico a pieno regime, la città è costretta a correre con il freno a mano tirato. È tempo che da Palazzo dei Priori suoni la sveglia: servono risposte chiare, spiegazioni sui ritardi del cantiere da 880.000 euro e, soprattutto, scadenze inderogabili. La città ha aspettato anche troppo.