Viterbo – Oggi è il giorno della Fiera dell’Annunziata: tradizione e storia si incontrano nel cuore del capoluogo della Tuscia
Cronaca
25 Marzo 2026
Viterbo – Oggi è il giorno della Fiera dell’Annunziata: tradizione e storia si incontrano nel cuore del capoluogo della Tuscia

VITERBO – C’è un fremito sottile che attraversa i vicoli di peperino fin dalle prime luci dell’alba di oggi, 25 marzo. Non è solo l’aria di primavera che si fa spazio definitivamente tra le mura medievali di Viterbo, ma il compiersi di un rito collettivo che rifiuta di arrendersi al tempo: la Fiera dell’Annunziata. Da Porta Romana fino a Porta Fiorentina, il capoluogo della Tuscia si è svegliato con un volto completamente nuovo, trasformando la sua proverbiale austerità in un nastro colorato e ininterrotto di voci, merci e profumi. Non è semplicemente un mercato, ma l’anima di una città che, per un giorno intero, scende in strada per riconoscersi.

Per comprendere il vero magnetismo di questa fiera e spazzare via le inesattezze accumulate nei secoli, bisogna però fare un passo indietro e affidarsi alle carte d’archivio. Come ricordano le preziose ricerche storiografiche locali di studiosi come Antonio Cignini, basate sui faldoni originali delle Riforme comunali, la Fiera ha una data di nascita ufficiale ben precisa. Fu deliberata il 25 luglio 1634 per tenersi l’anno successivo, nel 1635, sfruttando anche l’onda lunga di un Giubileo straordinario indetto da Papa Urbano VIII. Tutto nacque negli ampi spazi verdi che un tempo si estendevano fuori dalle mura cittadine, tra le chiese di Santa Maria delle Fortezze e Santa Maria in Gradi.

In quegli antichi prati si consumava anche una curiosa, quanto umana, diplomazia ecclesiastica. I frati Paolotti delle Fortezze, arrivati in città nel 1577 e amatissimi dal popolo, erano poverissimi. Quando chiedevano al Comune i fondi per la cera dei grandi lucernari, dovevano fare molta attenzione a non pestare i piedi ai vicini – e ben più potenti – frati Domenicani di Gradi. I verbali dell’epoca ci raccontano infatti che i Paolotti organizzavano la loro sfarzosa luminaria il 24 marzo, la vigilia, proprio per lasciare la data ufficiale dell’Annunziata, il 25, ai Domenicani, evitando così di urtarne la suscettibilità.

E a proposito di luminarie, la fiera del Seicento era un assalto ai sensi molto diverso da quello a cui siamo abituati oggi. Senza l’elettricità, l’ingegno popolare viterbese creava uno spettacolo magico ma frugale: decine e decine di gusci vuoti di lumaca venivano riempiti d’olio, dotati di uno stoppino e incollati con cera o argilla sui davanzali, sui cornicioni e sulle scalinate. Un mare di fiammelle tremolanti che accendeva la notte prefestiva. Il giorno dopo, la prima fiera “libera” (ovvero esentasse, pensata per attirare i forestieri) non sapeva di zucchero filato, ma di vita rurale. I prati fuori Porta Romana venivano invasi da vacche maremmane, buoi, cavalli, muli e maiali. Era un frastuono ruspante fatto di muggiti, ragli, grugniti e odori acri, dove il sacro del Giubileo si fondeva perfettamente col profano degli affari.

Solo nella seconda metà del Novecento la fiera ha varcato le antiche porte in peperino, assumendo la fisionomia urbana chilometrica di oggi. Eppure, quell’antico assalto ai sensi è sopravvissuto, trasformandosi in una mappa emotiva e olfattiva irrinunciabile. Anche il viterbese più cinico, quello che sbuffa per il traffico paralizzato e le deviazioni stradali, oggi finisce per farsi rapire dal richiamo della piazza. C’è l’odore inconfondibile e denso della porchetta, spesso la celebrata variante di Vallerano, che sfrigola sui banchi mescolandosi a quello della frutta secca tostata. Ci sono i banchi dei dolciumi e i giganteschi cedri, gialli e rugosi, che i nonni comprano ancora per i nipoti come un piccolo lusso zuccherino che sa di infanzia. E poi c’è il rumore di fondo: il chiacchiericcio in dialetto, il richiamo dei venditori, lo strusciare lento delle suole sui sanpietrini in un flusso continuo dove salutarsi conta più di comprare.

Sarebbe tuttavia un errore derubricare l’Annunziata a pura operazione nostalgia. Se guardiamo oltre il folclore, emerge una realtà economica vitale. È innegabile che negli ultimi anni il numero dei banchi si sia ridotto, complice la crisi del commercio ambulante e i mutati stili di consumo. Eppure, oggi Viterbo torna a essere a tutti gli effetti la “Capitale della Tuscia”. La fiera esercita una forza centripeta inossidabile che attrae visitatori da tutta la provincia, dai paesi del lago di Bolsena fino ai Cimini e alla bassa Teverina. Questo fiume umano non si limita ad acquistare tra le bancarelle, ma riempie i bar, affolla i ristoranti e fa respirare l’intero tessuto commerciale del centro storico.

Preservare la Fiera dell’Annunziata significa proteggere un pezzo insostituibile dell’identità cittadina, permettendole di dialogare con il presente. Perché quando stasera il sole tramonterà sulle mura, gli ambulanti inizieranno a smontare i banchi e le spazzatrici restituiranno le strade al silenzio della notte, Viterbo si riscoprirà un po’ più stanca, ma inequivocabilmente viva. Pronta, ancora una volta, ad abbracciare la primavera.