ROMA – Alle prime luci dell’alba, il fragore delle sirene ha squarciato il silenzio di una Roma che ancora fatica a liberarsi dall’ombra lunga della criminalità organizzata. Un’operazione congiunta di straordinaria portata, condotta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di via In Selci e dagli uomini della Squadra Mobile, ha portato all’arresto di quattro persone, ritenute i vertici e i fiancheggiatori dietro l’efferato omicidio di Cristiano Molè, il 33enne crivellato di colpi nel cuore di Corviale il 15 gennaio 2024. Il provvedimento, emesso dal GIP del Tribunale di Roma su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, chiude definitivamente il cerchio attorno a un’esecuzione che per modalità, freddezza e precisione aveva immediatamente richiamato i codici spietati del metodo mafioso. Molè era stato sorpreso da una pioggia di piombo calibro 9×21 mentre si trovava a bordo di una vettura; in quella circostanza era rimasto ferito anche un amico della vittima, scampato per miracolo alla furia del commando che aveva trasformato il “Serpentone” in un campo di battaglia.
Le indagini, alimentate da mesi di intercettazioni ambientali, pedinamenti serrati e quotidiani servizi di osservazione, hanno trovato una svolta decisiva grazie alle rivelazioni cruciali di alcuni collaboratori di giustizia, i cui verbali hanno permesso di squarciare il velo di omertà che proteggeva i vertici del gruppo criminale. Se già nel corso del 2024 le forze dell’ordine erano riuscite a stringere le manette ai polsi degli esecutori materiali e di un primo mandante, l’operazione odierna colpisce il cuore logistico e decisionale dell’agguato. Tra i destinatari dell’ordinanza figurano infatti altri due mandanti e due complici accusati di aver fornito il supporto tecnico necessario alla spedizione punitiva: dalle armi del delitto alle informazioni dettagliate sugli spostamenti e le abitudini di vita della vittima, pedinata come un’ombra fino al momento del contatto fatale.
Il movente ricostruito dalla Procura capitolina delinea uno scenario di guerra per il controllo del narcotraffico nei quadranti più caldi della Capitale. Al centro della disputa non ci sarebbe solo una questione di sgarbi personali, ma il dominio assoluto della lucrosa piazza di spaccio di via Donna Olimpia 30. Cristiano Molè, secondo quanto emerso, rappresentava un ostacolo o un rivale troppo ingombrante per la gestione degli affari illeciti in quella zona. L’eliminazione del trentatreenne non è stata dunque solo un atto di vendetta, ma una brutale riaffermazione di sovranità territoriale necessaria a garantire la stabilità dei traffici. Con i nuovi arresti e il sequestro di arsenali pronti all’uso, lo Stato tenta di dare una risposta definitiva alla scia di sangue che ha attraversato le periferie romane nell’ultimo anno, smantellando una struttura capace di muovere armi e killer con una precisione paramilitare.

