ROMA – Come vola il tempo. Già passato un quarto di secolo. Venticinque lunghi anni, oggi. Da quel 17 giugno 2001 che per sempre resterà scandito nelle memorie delle generazioni romaniste. Quando la Roma di Fabio Capello si laureò campione d’Italia, nel caldo torrido capitolino del campionato chiuso più tardi degli ultimi decenni di storia della Serie A. Con quella Roma giallorossa che sfociò e riversò settimane e settimane di attesa in una gioia sfrenata nelle vie, nelle piazze, nella festa da record al Circo Massimo.
Il tifoso romanista non riesce a guardar a quella data con quel pizzico d’amarezza e malinconia giallorossa, per quanto tempo sia passato; non ci riesce, passano gli anni ma sul volto d’ogni romanista più datato scocca l’immediato sorriso e si gonfia il cuore di gioia. Bandiere giallorosse e tricolori, ovunque. Un’overdose di romanismo, quei brividi lungo la schiena che ancora pervadono, il dolcissimo ricordo di ciò che collettivamente si visse, insieme.
La Roma ha sfiorato tantissime volte lo Scudetto, per tutti questi 25 anni. Tanti secondi posti, tante parentesi gloriose, ma altrettanti finali amarissimi. Ma quella Roma era qualcosa di diverso. Perché mai negli anni successivi il tifoso romanista sapeva di poter contare e spingere la squadra più forte, a dispetto del 2000/2001. Quando l’amatissimo patron Franco Sensi mise mano al portafoglio, infondendo al sesto posto precedente un asse con Samuel, Emerson e Batistuta che general Capello non poteva che trasformare in oro, oro tricolore.
Totti, Montella, Batistuta. Proprio il tridente delle meraviglie e forse quello più identitario della storia romanista schiantò il Parma. Un Olimpico completamente giallorosso: bandiere sventolanti ovunque, dalla Sud al più piccolo seggiolino in Tevere o Distinti. Fu tripudio. Fu festa. Fu gloria. Fu la liberazione dell’animo romanista, tornato al centro d’Italia, tornato sotto i riflettori, tornato in paradiso.

