ROMA – Le motivazioni depositate, nei giorni scorsi, dalla Corte d’Assise d’Appello di Roma spiegano perché, l’8 maggio scorso, i giudici hanno assolto Raul Esteban Calderon, alias Gustavo Alejandro Musumeci, dall’accusa di essere l’esecutore materiale dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli, il capo ultrà della Lazio conosciuto come ‘Diabolik’, ucciso con un colpo di pistola al Parco degli Acquedotti il 7 agosto 2019. Per i magistrati, il quadro probatorio costruito nel processo di primo grado non ha superato il vaglio del ragionevole dubbio e gli elementi raccolti non consentono di affermare con certezza la responsabilità dell’imputato.
Le conclusioni della Corte coincidono in larga parte con le contestazioni formulate dagli avvocati Giandomenico Caiazza ed Eleonora Nicla Moiraghi, che avevano contestato la tenuta dell’impianto accusatorio, la valutazione della prova dichiarativa, gli esiti delle consulenze balistica e antropometrica e l’estensione del ragionamento giudiziario a presunti mandanti rimasti estranei al processo. I giudici hanno ritenuto fondate diverse di queste osservazioni, evidenziando come gli elementi a carico di Calderon fossero insufficienti per sostenere una condanna oltre ogni ragionevole dubbio.
Nella oltre settecento pagine della sentenza di primo grado, la Corte evidenzia come il procedimento fosse incentrato esclusivamente sulla posizione di Calderon quale presunto esecutore materiale, mentre la ricostruzione della sentenza di primo grado si soffermava in larga parte sull’individuazione dei possibili mandanti e del movente del delitto. Un’impostazione che, secondo i giudici d’appello, finisce per poggiare su valutazioni riguardanti persone rimaste estranee a quel processo e già interessate da provvedimenti di archiviazione o da rigetti delle richieste cautelari.
Particolarmente critico il giudizio sulla testimonianza dell’ex compagna dell’imputato, Rita Bussone, ritenuta l’elemento principale dell’accusa. La Corte osserva che le sue dichiarazioni sono caratterizzate da profonde contraddizioni tra quanto riferito durante le indagini e quanto sostenuto in dibattimento. I giudici scrivono che “la credibilità della donna ne viene irrimediabilmente minata” e aggiungono che” la valutazione della credibilità della Bussone è destinata ad essere tendenzialmente negativa”.
Secondo la sentenza, la donna non avrebbe ricevuto una reale confessione da Calderon, ma sarebbe giunta a convincersi della sua responsabilità sulla base di deduzioni personali, legate alla scomparsa di alcune armi e alla presunta disponibilità di denaro. Dubbi vengono espressi anche sulla consulenza balistica. Il confronto tra il bossolo repertato sulla scena del delitto e la cartuccia collegata alla rapina alla gioielleria Mangiucca ha prodotto un risultato definito di livello “C”, cioè inconcludente. Per questo la Corte sottolinea che la ricostruzione secondo cui l’arma usata per uccidere Piscitelli fosse la stessa sottratta durante quella rapina appare soltanto “ben più che plausibile”, ma non dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio. Perplessità riguardano inoltre la consulenza antropometrica, fondata sulle immagini delle telecamere di videosorveglianza.
Secondo i giudici, la qualità dei filmati non consente un’identificazione sufficientemente affidabile dell’uomo ripreso mentre fugge dal parco dopo l’agguato. La Corte critica poi il ragionamento seguito nella sentenza di primo grado, osservando che “viene così minata la tenuta del ragionamento inferenziale posto a fondamento dell’affermazione di responsabilità dell’imputato”. Nelle motivazioni si legge anche che “gli elementi specifici di prova individuati a carico dell’imputato sono pochi e tutti controversi”.

