Era il 5 settembre del lontanissimo 2004 quando Aurelio De Laurentiis, più che noto produttore cinematografico italiano, decise di acquistare un Napoli drammaticamente fallito solamente un mese e mezzo fa, rilevandone il titolo sportivo dalla curatela fallimentare del tribunale della città ed iscrivendo la nuova società all’allora campionato di Serie C. Il Napoli non esisteva più: dolore enorme per tutto il popolo azzurro. Serviva qualcuno che scommettesse l’impossibile, in quel caso ben 32 milioni di euro. Serviva un visionario. Romanticamente folle, ma visionario. Qualche saggio sussurrava quanto e come per ritornare in alto servisse toccare il fondo. E così fu, 20 anni dopo.
Ma nel 2004 la missione era riesumare parvenza di club e ricostruire da ceneri e macerie. La lungimirante scelta sul direttore Marino, la doppia promozione in tre anni, una cavalcata straordinaria per riportare un club così storico e iconografico nell’olimpo della massima serie. Dalla promozione con Reja ai primi campioni, quel colpo Lavezzi che seppe incendiare una piazza e riconsegnar loro sogni, destini, gloria. Nel DNA e nei colori dell’albiceleste, bandiera che per ovvi motivi abbraccia e sposa il sentimento partenopeo. Da lì in poi un percorso in crescendo, sempre con Aurelio al timone. Grande attenzione alle casse del club, ai conti, alle finanze. Ad operare nella maniera corretta e lungimirante sul mercato. Non sempre i rapporti con la piazza sono stati idilliaci, ma tanti tanti anni dopo, i fatti, dal punto di vista calcistico, gli hanno dato ragione. Aurelio, un carattere particolare, forte, a tratti scontroso, sicuramente molto determinato. Ma spiccato senso di voler custodire gelosamente le proprie idee, difendere e restar fedele alla sua primordiale visione, quella del 2004. Quando solamente pensare ad uno Scudetto sembrava nemmeno utopia, vera e propria follia. E difendendo le proprie idee, affidandole a direttori e allenatori nella maniera giusta, un percorso tecnico in crescendo. Straordinario.
Dall’Europa riconquistata nel 2009 al ritorno addirittura in Champions nel 2011 col progetto Mazzarri, 7 anni dopo quelle amarissime lacrime chiamate fallimento e Serie C1. L’esplosione di Hamsik e Cavani, la cessione del “Matador”, la scelta sul colpo Higuain, che ha cambiato dimensione del Napoli agli occhi internazionali. Portare un calciatore tra l’altro del genere a Napoli pagando un terzo della cifra incassata per Cavani testimoniava già la brillantezza del fiuto d’affari di ADL. Un colpo che esaltò la piazza ma che, come detto, apriva orizzonti internazionali agli azzurri: era chiaro a tutti, il Napoli era tornato, faceva sul serio. Così come la figura di Benitez, primo allenatore dal gran CV internazionale, da cui Aurelio apprese tantissimo. Un mentore spagnolo che cambiò mente, connotati e mentalità a tutto il centro sportivo di Castelvolturno. Nel 2014 grazie proprio a Don Rafa arrivò la seconda Coppa Italia, che bissò il successo di due anni prima: un Napoli non solo ambizioso, ma pur vincente.
E allora, oltre a crescere ulteriormente in Europa, negli anni andava costruito quell’ultimo sogno rimasto da coronare: lo Scudetto. Troppo forte la Juve, egemonia da 9 Scudetti consecutivi, costruita da Conte e valorizzata da Allegri. Un club che, successo dopo successo, poteva permettersi di portar via per ben 100 milioni proprio Higuain, pagando a De Laurentiis l’intera clausola rescissoria. Serviva un altro modo, non potendo disporre di quel bagaglio economico, per ambire a destabilizzare il primato bianconero. E allora l’avvento di Giuntoli e la scelta su Maurizio Sarri che, proveniente dall’Empoli, orchestrò un calcio espressivamente straordinario, a tratti sopraffino, facendo stropicciare gli occhi ai più grandi addetti ai lavori europei. Un ciclo post Higuain rilanciato dall’esplosione di Insigne, un Mertens falsonueve, un Koulibaly gigantesco, i tagli di Callejon, la classe di Fabian Ruiz. La gran rimonta del 2018, trafitta soltanto da Simeone, uno Scudetto sognato ma soltanto accarezzato. La gran delusione fino alla transizione Ancelotti prima e Gattuso poi.
Fino alla scelta finale, silenziosa, ma tremendamente geniale. Rilanciare Luciano Spalletti, sostituito all’Inter da Antonio Conte. Tecnico perfetto: sintesi tra l’espressione estetica di Sarri, mentalità vincente quella dei migliori tecnici italiani. L’avvento per l’ultimo anno del nuovo ciclo fino all’anno zero. O meglio, quello che sembrava l’anno zero. Le partenze dei tanti illustri campioni narrati e citati in precedenza. Una piazza delusa, quasi depressa. E invece Luciano ha saputo rinsaldare l’ambiente. Giuntoli ha saputo pescare Kim e Kvara. Aurelio De Laurentiis, quando la tifoseria contestava e parlava di rifondazione, parlava di Scudetto. Sembrava utopia. Ma utopia non è un sostantivo da accostare a chi 20 anni fa riportava dal fallimento in C1 il Napoli a questi livelli. Ed il folle visionario vinse ancora. Da lì partì una cavalcata straordinaria, sorprendente. Con bilanci, casse, finanze perfette. Un nuovo giovane Napoli. Affamato, ambizioso. Come se quel gruppo del vecchio ciclo fosse ormai scarico e ci fosse bisogno di una ventata d’aria fresca. Un Napoli pronto a stupire.
In fondo ADL lo sapeva: occorreva trovare il momento giusto. Quando magari qualche grande di troppo fatica, deve essere il momento giusto. Ed è stato così. Il resto è storia. Una cavalcata finita ad Udine, un trionfo straordinario. La storia di un visionario dal carattere forte ed a tratti scontroso non sempre compreso dalla propria tifoseria, ma un condottiero, a suo modo, straordinario. In meno di 20 anni dal fallimento allo Scudetto: il trionfo di Aurelio De Laurentiis.

