Spalletti, trionfo e rivincita: Scudetto e consacrazione
Sport
5 Maggio 2023
Spalletti, trionfo e rivincita: Scudetto e consacrazione

Evidentemente era destino. Nella sua Udine. Doveva tornare dove tutto ebbe inizio, quantomeno la carriera a grandi livelli, l’avventura che cambiò il suo percorso d’allenatore. Quasi come stelle, fato e Dia l’avessero meravigliosamente condannato a festeggiare e celebrare il traguardo più grande della sua carriera dove iniziò ad emanare dettami di calcio straordinario al resto d’Europa. Luciano Spalletti è campione d’Italia. Adesso insindacabile. Ed entra nell’elite dei migliori tecnici degli ultimi venti anni. Ma chi mastica questo sport sa bene quanto, tanta genialità nata a Certaldo nell’ormai remoto 7 marzo del 1959, non ne avesse bisogno. Un genio calcistico. Un visionario di intuizioni moderne scandite decennio per decennio. Sempre un passo avanti agli altri. Ed a Napoli è riuscito a raccogliere quanto brillantemente seminato nel corso della sua lunghissima carriera.

 

Ed è proprio il caso di dirlo: il tempo è galantuomo. Perché se i Sarri e Pioli sono usciti fuori a grandi livelli soltanto nell’ultimo decennio, Luciano Spalletti circola e calca i campi della massima serie da più di 20 anni. Dagli anni 90, dalla scuola di Empoli fino alle fatiche di Ancona e Venezia. Poi il progetto legato alla famiglia Pozzo, la grande avventura proprio ad Udine. Dove seppe orchestrare un 343 evolutivo, ancor più brillante di quello che Zaccheroni, decennio precedente, disegnò primordialmente storia nella storia proprio in Friuli. E costruì talenti e carriere: quella di Pizarro, Di Natale, Di Michele e Vincenzo Iaquinta, che grazie a lui conquistò la nazionale con cui si laureò campione del Mondo nel 2006. Un anno prima il coronamento di un’impresa straordinaria: portare l’Udinese in Champions. Un quarto posto fenomenale all’interno di una Serie A mostruosa, quella degli anni più ricchi e fertili ante Calciopoli.

 

Avrebbe potuto godersi il successo agevole, quello di Udine. Invece proprio all’apice dei suoi anni friulani scelse, come spesso in carriera, la scelta più difficile. La Roma, una sua grande passione. Erano anni difficili a Trigoria: finiti gli anni prosperosi degli investimenti di Sensi per Capello, urgeva ricostruire. Senza particolari fondi: Franco iniziava drammaticamente la lunga malattia che nel giro di 3 anni se lo portò via, la gestione del club fu affidata alla figlia Rosella, le casse del club affrontavano una difficilissima crisi finanziaria. Lui seppe ancora rimboccarsi le maniche: non poteva far altro che affidarsi alla sua genialità. E allora, spedito lontano Cassano, ricostruì un nuovo ciclo dalle sue ceneri, inventando un 4231 e forse, prima di tutti, il falsonueve. Chi? Naturalmente Francesco Totti. Difesa a 3.5, un terzino a ripiegare sui centrali, uno a spingere. Concetti che oggi ammiriamo, ma che non molti ricordano che già preesistevano nel nostro calcio. Semplicemente pensati prima e realizzati poi di un genio già avanti 15 anni all’epoca del calcio moderno. E allora due coppe Italia, una Supercoppa Italia, uno Scudetto sfiorato e soltanto accarezzato all’ultima giornata, due volte ai quarti di Champions con un Football scintillante che visse le proprie notti più splendenti tra Lione e Madrid. Roma incantava, l’Europa applaudiva.

 

Le grandi storie finiscono e così, a fine ciclo, senza stimoli, lasciò nel 2009. Ripartì da un calcio che ai tempi voleva spendere eccome, nuove risorse, nuovi progetti, nuove ambizioni. Lo Zenit. E vinse pure in Russia. Prima del ritorno in Italia. Sempre Roma. Dalle ceneri di Garcia risollevò un club al sesto posto e costruì una sontuosa rimonta Champions fino al terzo posto. L’anno successivo perse Pjanic, artista e play; fu pertanto costretto ad inventarsi una Roma più compatta e meno bella, riuscì altresì in maniera efficace e senza problemi: 87 punti, record della storia giallorossa. Dicotomia e cruccio spallettiano a Roma il rapporto con la tifoseria, logorato per la discussa gestione degli ultimi anni di carriera di Francesco Totti.

 

Allora l’Inter, altra missione: riportarla in alto, dopo tanti anni d’amarezze nerazzurre. Primo anno: quarto posto. Pure l’anno successivo confermò un piazzamento Champions. Risultati straordinari. Non sussistono, dal punto di vista argomentativo, migliori mezzi che giudicare lavoro e bravura di un tecnico sui risultati conseguiti in base al materiale organico messogli a disposizione. Ed ha sempre ottenuto più di quanto gli fosse richiesto. Andando oltre. Quei grandi piazzamenti, all’interno della critica populistica, gli valsero però purtroppo l’appellativo del tecnico perfetto per conseguir tali, senza primi posti o salto di qualità. Addirittura qualcuno parlava di bello e incompiuto. Critiche ingiuste, severe e soprattutto, per i motivi argomentati, fuori luogo.

 

Ma il tempo è stato galantuomo. Perché nonostante due anni di inattività arrivò nel 2021 l’ultima grande ma meritatissima chiamata della sua carriera: un’altra piazza suggestiva, affascinante, Napoli. Il resto è storia. Concetti di mentalità vincente dei più grandi, abbinata a calcio sopraffino rievocante sarriane memorie. Vincere, convincere, dominare. Mancava lo Scudetto: è arrivato pure questo. Il tempo gli è stato galantuomo. Per chi ha fatto gavetta, per chi non ha mai ottenuto quel titolo che evidentemente ne consacra carriera, dimensione, grandezza. Anche perché farlo a Napoli resta ancor più straordinario. 33 anni dopo, nel mito di Diego.