di Simona Tenentini
CAPRAROLA – Dalla commedia ai racconti popolari, dalla riflessione alla risata, dalla storia all’attualità.
“Quelli del Martedì”, compagnia dialettale di Caprarola attiva dal 1996, non sbagliano un colpo e l’ultima produzione “La locanda del li Passastorie”, scritta da Alessandro Morganti, in scena dallo scorso 27 dicembre al Teatro Angelo Pecorelli (Ex Scuderie di palazzo Farnese) ne è l’ennesima dimostrazione.
Due ore di spettacolo in cui è il potere rassicurante delle “storie” il vero protagonista.

Storie che si tramandano, racconti che si accavallano e si perdono nel passato per poi riaffacciarsi prepotentemente al presente grazie ad un semplice dettaglio, frammenti di memoria che tornano a galla con il potere evocativo dilagante di una provocazione o di un ricordo sbiadito dal tempo.
“La locanda de li passastorie” e’ tutto questo: una combinazione di immagini sospese tra passato e futuro che rappresentano il tesoro inestimabile custodito tra le mura di una pensione di provincia dove, negli anni, si sono fermati viaggiatori erranti, personaggi famosi, artisti e squattrinati: tutti con una storia da raccontare ed ognuno con una ricchezza da condividere, quella del racconto che unisce, accomuna e trattiene insieme persone, luoghi e parole.

Gli attori, con la consueta bravura e l’affiatamento che li contraddistingue, portano in scena un racconto corale che trattiene oggetti, profumi e gesti che, gelosamente, si tramandano da un ospite all’altro.
Lo spettacolo, che si articola in cinque atti, dà vita al romanzo scritto da Pietro, uno scrittore in crisi nel quale si muovono, con disinvoltura, insegnanti amanti del gossip, sacerdoti in cerca di ispirazione, ragazzi con la passione dei social, giovani che rivendicano un ideale di patria libero da oppressioni.

Una menzione a parte va a Gabriele, il giornalista di origini francesi Claude Rossini che, con un’interpretazione vivace e a tratti inframmezzata da rimpianti, racconta il lento scolorire della passione giornalistica in una professione piegata ai diktat dei social e alla necessità di una vita virtuale fatta di immagini, likes e recensioni: un’amara riflessione sulla perdita di ideali e la necessità di tenere vivo il presente attraverso il valore delle storie non come consolazione, ma come strumento per tenere insieme ciò che rischia di andare perduto.

