TARQUINIA – “Cronache dal villaggio di Tarquiniacum. Come accadeva nell’antichità, le gesta dei governanti venivano tramandate attraverso favole: racconti inventati, ma con un sottile filo di verità, utili a sensibilizzare e informare gli abitanti dei villaggi su ciò che davvero accadeva nei palazzi del potere. E da questo primo racconto vi presenteremo, passo dopo passo, la vita e i personaggi che governano il nostro villaggio”. Lo fanno sapere dall’UDC di Tarquinia.
“C’era una volta – prosegue la nota -, nella piccola ma indomita Tarquinia – che qualcuno ormai chiama Tarquiniacum per darsi un tono epico – un villaggio governato da un capo che in tempi di elezione si proclamava paladino delle folle rosse, difensore della libertà e gran riapritore di porte e cancelli. Accanto a lui, non mancava certo la compagnia: i due arcieri Leonis e Cellius, che più che centrare il bersaglio sembravano divertirsi a colpire qualsiasi cosa si muovesse; il druido Andreanix, maestro nelle pozioni della contraddizione (capace di dire tutto e il contrario di tutto prima che il gallo canti); e l’anziano Blasius, l’eminenza grigia che osserva tutto… e parla quando ormai è troppo tardi. Ma, a differenza del celebre villaggio gallico, qui la pozione magica sembra essere finita da un pezzo.
Le strade del centro? Più che vie di un borgo storico, sembrano sentieri dopo il passaggio di un accampamento romano: sporche, trascurate e abbandonate al loro destino, mentre gli abitanti si chiedono se serva un druido o semplicemente una scopa.
Nel frattempo, gli dei devono essersi distratti, perché l’amministrazione è riuscita nell’impresa titanica di perdere i finanziamenti per il Divino Etrusco, una delle feste più amate del villaggio. Un colpo degno dei pirati… ma senza nemmeno il gusto dell’avventura.
E non è finita: dopo due anni passati a promettere una programmazione degli eventi degna di Cesare – con un anno di anticipo, ordine e strategia – i nostri eroi sono riusciti a fare l’opposto. Annunciare feste già concluse. Il calendario di Natale, narrano i bardi, fu proclamato quando ormai anche l’ultimo abete aveva lasciato il villaggio.
Poi ci sono le grandi opere. Le famose paratoie dell’arenile: costruite con grande sforzo e ben 200.000 monete d’oro… per essere rimosse dopo poche lune. Un’opera così fugace che persino i romani avrebbero detto: ‘Forse era meglio pensarci prima’.
E che dire del progetto della zona commerciale al Giglio? Un’idea che, secondo molti abitanti, rischierebbe di svuotare il cuore del villaggio più velocemente di un banchetto gratuito annunciato da Obelix.
Ma il colpo di scena più curioso giunse quando il Capo Villaggio, insieme a Pirolicas, la fattucchiera della cultura, decise di fermare ogni cosa. Cantieri sospesi, idee congelate, decisioni rimandate… tutto in attesa di un segno dal cielo: la nomina a Capitale italiana della cultura.
Un’attesa quasi mistica, alimentata da incantesimi culturali e proclami solenni, come se bastasse quella consacrazione a trasformare il villaggio in una nuova Atene etrusca.
Peccato che gli dei, anche stavolta, non abbiano risposto: la nomina non arrivò per il 2028.
E così, tra formule incompiute e visioni svanite, il villaggio si ritrovò non solo fermo, ma anche a mani vuote, con il tempo perduto che nemmeno la più potente delle pozioni avrebbe potuto restituire.
Intanto, il capo villaggio – guidato da quella che alcuni definiscono ‘l’ira rossa’ – non è ancora riuscito a recuperare i preziosi fondi per le calamità naturali, persi per colpa di una pergamena (detta PEC) inviata in ritardo. Una dimenticanza che nemmeno il più distratto dei messaggeri gallici avrebbe osato commettere.
E mentre si organizza la giostra dell’anello in campi lontani dal centro del villaggio, qualcuno suggerisce: forse era meglio usare cavalli e cavalieri per portare quella famosa pergamena direttamente agli dei della Regione.
E tra le imprese leggendarie dell’assessore al turismo, i bardi del villaggio narrano anche di un fatto tanto incredibile da sembrare inventato: dimenticare uno degli eventi più importanti per le tradizioni di Tarquiniacum… mentre esso veniva celebrato addirittura in un altro continente.
Si racconta infatti che ambasciatori, musici e custodi delle antiche usanze fossero pronti a portare il nome del villaggio oltre il grande mare, tra popoli lontani e terre sconosciute, mostrando con orgoglio i simboli e le tradizioni della comunità.
Ma proprio mentre il mondo guardava verso Tarquiniacum, nel palazzo del turismo regnava il silenzio. Nessun proclama solenne, nessuna celebrazione, nessun vessillo issato sulle mura del borgo. Un’assenza così clamorosa che qualcuno iniziò a chiedersi se le pergamene dell’evento fossero finite smarrite sotto qualche coppa di vino durante un banchetto.
E così, mentre nel continente lontano il nome del villaggio veniva onorato tra applausi e curiosità, a Tarquiniacum pareva quasi che nessuno se ne fosse accorto.
Un’impresa rara persino per i cronisti galli: riuscire a perdere non solo i finanziamenti, non solo le programmazioni… ma persino la memoria delle proprie tradizioni.
Così scorre la vita a Tarquiniacum. E la morale, come ogni buona storia gallica insegna, è semplice: senza una pozione magica fatta di idee concrete, attenzione e cura, anche il villaggio più promettente rischia di trasformarsi… non in una roccaforte indomabile, ma in un rudere che nemmeno i romani avrebbero voglia di conquistare”.

