VITERBO – Oltre duecento firme già depositate, attività commerciali che denunciano pubblicamente una grave crisi di incassi e un intero quartiere ostaggio di un cantiere che sembra sfuggito di mano. È questo il bilancio, pesantissimo e tangibile, della nuova viabilità in zona Cattaneo e via della Pila. Un nodo cruciale della città trasformato in un imbuto, non per una crociata ideologica contro la mobilità sostenibile, ma per quella che ai residenti appare come una totale assenza di programmazione tecnica. E mentre la strada chiede risposte, dai banchi della maggioranza la replica viaggia a colpi di meme e sarcasmo sui social network.
Il cortocircuito di via della Pila non nasce dall’idea in sé di realizzare una pista ciclabile – un traguardo di civiltà urbana che in linea di principio trova alcuni d’accordo – ma dalle modalità e dalle tempistiche della sua messa in opera. L’inversione dell’ordine logico degli interventi ha generato il caos: l’amministrazione ha prima tracciato la ciclabile e installato i cordoli di protezione, mantenendo però inalterato il doppio senso di marcia.
Il risultato? Una carreggiata ridotta all’osso, che ha paralizzato il traffico e reso impossibile il transito fluido dei veicoli.
Solo a quel punto, “a scoppio ritardato”, è arrivata la pezza, rivelatasi peggiore del buco: per recuperare lo spazio vitale negato dai cordoli, è stato imposto il divieto di sosta sugli stalli preesistenti. Un azzeramento totale dei parcheggi che ha di fatto tagliato le gambe agli esercenti della zona, privandoli non solo del viavai dei clienti, ma anche delle aree di carico e scarico essenziali per la sopravvivenza delle attività.
I residenti e i commercianti lo ripetono da giorni: sarebbe bastato istituire prima il senso unico e poi, a bocce ferme e con gli spazi ricalcolati, posare la ciclabile salvando la sosta.
Di fronte a una crisi economica e logistica di tale portata, che ha già portato alla mobilitazione formale di centinaia di cittadini, ci si aspetterebbe un confronto istituzionale, dati tecnici, o quantomeno la rassicurazione di un correttivo in corsa. Invece, l’amministrazione ha scelto una strada diversa.
Sui social network, piazza virtuale e cassa di risonanza del malcontento, alcuni esponenti della maggioranza hanno optato per la minimizzazione e lo sberleffo. Spicca, in questo senso, la goliardia del consigliere Massimiliano Urbani (dipendente di Francigena, e quindi molto preparato sulla questione mobilità), che ha pubblicato un fotomontaggio raffigurante un tatuaggio della pista ciclabile, accompagnato dalla didascalia: “Visto che tutti i giorni non fate altro che parlare… io me la sono tatuata”, condito da allusioni alle “emissioni di gas”.
A fargli eco, nei commenti, il consigliere Gabriele Gnignera, che paragona ironicamente il dibattito cittadino sulla viabilità alle tensioni internazionali dello Stretto di Hormuz, corredando il tutto con emoji insofferenti.

Non si tratta di scivoloni isolati, ma di un modus operandi comunicativo che sembra ormai essersi cronicizzato. L’ironia, strumento nobile se usato per stemperare le tensioni, scivola facilmente nell’arroganza quando chi detiene il potere amministrativo la usa per deridere le difficoltà reali dei cittadini che dovrebbe rappresentare. Un atteggiamento che molti viterbesi imputano all’inesperienza politica di un movimento nato civico e che, giunto al governo della città, fatica a gestire l’urto fisiologico del dissenso, rifugiandosi nella tracotanza di chi si sente intoccabile.
In questo quadro, il silenzio della sindaca Chiara Frontini risulta assordante. Come massima espressione della maggioranza e leader del movimento Viterbo2020, la responsabilità politica del comportamento dei suoi consiglieri ricade su di lei. Tacere di fronte allo scherno istituzionale rivolto a commercianti in crisi e a 200 firmatari significa, nei fatti, avallare una linea che allontana il Palazzo dalla strada, quella strada che oggi torna prepotentemente a far parlare di sé, su cui da scherzare c’è molto poco.


