Viterbo – Città Ideali svela il suo Manifesto: l’urgenza di spazi umani, l’empatia contro l’abuso tech e il coraggio amministrativo
Cronaca
13 Giugno 2026
Viterbo – Città Ideali svela il suo Manifesto: l’urgenza di spazi umani, l’empatia contro l’abuso tech e il coraggio amministrativo

SAN MARTINO AL CIMINO (VT) – Dalle fondamenta filosofiche alla pragmatica dell’urbanistica contemporanea. La seconda giornata del Convegno Nazionale “Città Ideali”, svoltasi questa mattina presso il Balletti Park Hotel di San Martino al Cimino, ha segnato il decisivo passaggio “dall’idea al progetto”. Una mattinata intensa e partecipata, apertasi con lo svelamento del Manifesto fondativo della Rete e arricchita dal confronto tra accademici, esperti e amministratori locali giunti da varie parti d’Italia – da Sabbioneta a Pienza, passando per Palmanova, Tresignana, Crespi d’Adda e Oriolo Romano – per condividere buone pratiche e delineare il futuro delle nostre città.

A tracciare le coordinate e le origini del progetto è stato l’archeologo Gianpaolo Serone (Università della Tuscia), che ha ricordato come l’ispirazione sia nata nei primi anni Duemila davanti a un’epigrafe del 1099 posta su una porta urbica viterbese: un’iscrizione che legava il concetto di libertà non a un diritto naturale, ma all’appartenenza stessa a una comunità. Da questa scintilla ha preso forma la volontà di attualizzare il concetto di “Città Ideale”. «Non dobbiamo immaginare le nostre città come dei presepi o qualcosa di immutabile – ha spiegato Serone – ma come organismi vivi e dinamici, da rispettare e ripensare secondo le esigenze dell’uomo moderno». I pilastri di questa visione poggiano su memoria, innovazione, sostenibilità e su un netto e accorato richiamo all’uso critico della tecnologia. L’archeologo ha infatti lanciato un forte monito contro l’alienazione digitale che rischia di sostituire l’esperienza reale: «La tecnologia sta prendendo il sopravvento in maniera negativa sulla narrazione. Spesso entriamo in una chiesa e la guardiamo attraverso un’applicazione o un QR Code anziché con i nostri occhi. Ma nessuna app potrà mai sostituire l’empatia e il racconto umano di chi vive la città». Un approccio che si traduce nella necessità di recuperare il welfare e il “wellness diffuso” riappropriandosi degli spazi fisici: restituire alle piazze il loro ruolo di “agorà” per la discussione e l’incontro, strappandole alla mera funzione di parcheggio, e riscoprire la dimensione comunitaria che a San Martino al Cimino, ad esempio, vive ancora quotidianamente grazie a un gesto semplice e prezioso come sedersi e dialogare sulle panchine.

La traduzione operativa di questa complessa visione è stata affidata a Giulio T. Curti (Università del Territorio), che ha illustrato le quattro direttrici della nascente Rete: condivisione di buone pratiche, progetti di ricerca universitaria, innovazione sostenibile e, soprattutto, formazione politico-culturale degli amministratori. «L’obiettivo – ha chiosato Curti ricorrendo a una suggestiva metafora biblica – non è costruire l’arrogante Torre di Babele del nostro tempo, ma agire come Neemia nella ricostruzione di Gerusalemme: con responsabilità condivisa e orientamento al bene comune». A dare ulteriore spessore storico al dibattito ci hanno poi pensato Simone Misiani ed Emma Tagliacollo con un panel dedicato alle utopie concrete nel Novecento, tracciando un affascinante parallelismo tra passato e futuro. I due relatori hanno analizzato l’evoluzione architettonica e abitativa, focalizzandosi sulla fondamentale realtà operaia – citando esempi emblematici proprio come Crespi d’Adda – che fu la vera spina dorsale della ricostruzione post-bellica e sociale del secolo scorso.

Il momento di massima connessione con le sfide pratiche dell’amministrazione locale è arrivato con l’intervento di Emanuele Aronne, assessore alla Qualità degli Spazi Urbani del Comune di Viterbo, che ha subito messo in guardia i presenti da pericolosi equivoci terminologici: «Oggi stiamo confondendo la rigenerazione urbana con la mera sostituzione di cubature a maggior impatto. Se non si instaura un vero rapporto tra le persone e l’edificio, la città resta solo un ammasso di mattoni e si rischia di creare le famose cattedrali nel deserto». Evocando “Le città invisibili” di Italo Calvino e rendendo omaggio alla figura pionieristica di Luigi Petroselli – viterbese illustre e compianto sindaco di Roma che per primo lavorò per ricucire centro storico e periferie – Aronne ha ricordato come Viterbo fosse un tempo all’avanguardia nell’urbanistica. Ha citato pianificazioni storiche avveniristiche, come il Piano Cristofori, e l’introduzione precoce della zonizzazione per garantire servizi ed equilibrio sociale tra il costruito e lo spazio di relazione.

Il presente, tuttavia, sconta la frenesia dei tempi imposti dall’orologio dei bandi e una “cittadinanza social” fatta di fiammate polemiche repentine che lasciano poco spazio al dibattito strutturato e alla vera cittadinanza attiva. «Il cambiamento determina sempre una rottura – ha spiegato Aronne – e il tempo necessario affinché questo cambiamento venga antropizzato e metabolizzato dalla comunità è un tempo lento, che non può mai essere imposto». Da qui un monito vibrante rivolto alla platea e ai colleghi amministratori: «L’errore peggiore che commettiamo oggi è giustificare la nostra esistenza politica solo in base ai finanziamenti intercettati. Il vero coraggio di un amministratore deve essere quello di capire quali finanziamenti non prendere, perché inadeguati al Genius Loci e all’anima profonda della propria città». Un invito alla riflessione e alla responsabilità che ha fatto da perfetto preludio ai lavori del pomeriggio, dedicati all’atteso tavolo di co-progettazione e alla firma dello Statuto tra le delegazioni dei Comuni della Rete.