RIETI – “Lungo questi territori sembra esserci ormai uno scarto tra le narrative sulla ricostruzione post-terremoto e la percezione delle persone. A fronte di quanto e’ stato realizzato, in corso o finanziato, la vita concreta delle persone porta a porre l’accento su quanto ancora manca, perche’ cio’ incide sulla vita reale piu’ di quanto non lo facciano i cantieri visibili”.
Nell’immediata vigilia del decimo anniversario che sventro’ il volto del Centro Italia, il 24 agosto del 2016, il vescovo di Rieti, monsignor Vito Piccinonna, ribadisce l’assoluta necessita’ di “fatti concreti” nelle aree del sisma che furono epicentro della serie di terribili scosse tra Amatrice e Accumoli.
In un’intervista a Famiglia Cristiana, il titolare della diocesi reatina, pur comprendendo quanto “la ricostruzione sia complessa, e si confronti con una moltitudine di ostacoli”, non nasconde la “percezione della rabbia della cittadinanza di questi paesi per una serie di situazioni ritenute possibili e fattibili, ma non ancora realizzate, nonostante le importanti risorse destinate alla ricostruzione. In questo modo si mescolano senso di abbandono e memorie vive – prosegue Piccinonna – ma soprattutto si alimenta quella cappa di sfiducia verso le istituzioni. Si avverte una situazione di stallo che insiste sulla vita dei cittadini, i quali continuano a chiedere responsabilita’ chiare, tempi verificabili e decisioni concrete. In questo complesso di spinte contraddittorie, cio’ che sembra emergere e’ un senso di rassegnazione. In tanti anni, per molti, e’ cambiato troppo poco. E per il resto, le differenze, i malumori, le gelosie, i ritardi, sembrano ormai divenuti la normalita’. L’indice delle aspettative, mai come oggi, e’ ridotto al minimo”.
Per il vescovo Piccinonna, pero’, non tutto e’ perduto in quei territori ancora dilaniati dalle ferite di una tragedia immensa: “La speranza piu’ grande – prosegue il monsignore della Diocesi di Rieti – la portano coloro che vivendo sul territorio e adoperandosi per il territorio aiutano sempre, comunque, e nonostante tutto, a fare comunita’. La gente che e’ rimasta qui lo ha fatto con un desiderio forte di futuro. Questo e’ davvero un popolo resiliente, ma non bisogna esagerare con la resilienza. Mi auguro che la rigenerazione complessiva pensata e agita in maniera integrale possa portare i frutti attesi, che non sono piu’ rimandabili. Le parole devono dar posto a fatti concreti”.

