VITERBO – La notte di Santa Rosa è tornata a illuminare Viterbo. Ieri sera, 3 settembre, la Macchina Dies natalis ha attraversato il cuore della città per il suo terzo trasporto, regalando ancora una volta uno spettacolo fatto di forza, tradizione e partecipazione popolare. Oltre 30mila persone si sono raccolte lungo il percorso per accompagnare i facchini fino al santuario, in una serata segnata anche da numerosi momenti dedicati alla memoria.
A portare sulle spalle la macchina progettata da Raffaele Ascenzi sono stati 170 facchini, tra i quali 11 nuovi ingressi e cinque nuovi ciuffi. Alla guida del gruppo, il capofacchino Luigi Aspromonte, mentre il presidente del Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa è Massimo Mecarini.
Il trasporto di ieri aveva però un significato particolare. Nel 2026 ricorrono infatti gli 80 anni dalla ripresa del trasporto della Macchina dopo la Seconda guerra mondiale. E proprio per ricordare quella rinascita, a piazza Fontana Grande, una volta sistemata Dies natalis sulle stanghe, i facchini hanno effettuato uno speciale “Sollevate e fermi”. Un gesto simbolico per rendere omaggio a chi, nel 1946, ebbe il coraggio di riportare Santa Rosa nelle strade di Viterbo dopo gli anni della guerra.
La stessa scena si è ripetuta più avanti, davanti alla chiesa di Santa Rosa. Qui il ricordo era rivolto al 3 settembre 1986, quando la Macchina Armonia celeste, durante la salita, si inclinò pericolosamente. La prontezza e il coraggio dei facchini permisero allora di evitare una tragedia. Anche ieri sera Dies natalis è stata sollevata in alto, in un momento carico di emozione e riconoscenza.
Ma la serata è stata anche un lungo viaggio nella memoria della città. A piazza del Comune non sono mancate due girate a sorpresa dedicate a figure che hanno segnato la storia recente di Viterbo: Pio Marcoccia, sindaco della città scomparso quest’anno, e Luigi Petroselli, già sindaco di Roma, del quale ricorre il 45esimo anniversario della morte.
Il tributo della macchina e dei facchini ha ricordato anche don Ivo Bruni, Vito Ferrante, Claudio Cavallaro, Pietro Bevilacqua, Luciano Ilari, autore del logo del Sodalizio, Cosimo Ilio Buffelli, vicepresidente dell’Avis, e Mario Ciucci. Un pensiero è andato inoltre ai facchini scomparsi nell’ultimo anno: Ermanno Segatori, Tonino Pieracci, Enrico Miralli, conosciuto come “Righettone”, Claudio Valeri e Mario Sanna.
Poi è cominciata la parte più spettacolare del percorso. Dies natalis ha attraversato via Garibaldi e via Cavour a ritmo serrato, per poi proseguire lungo via Roma, piazza delle Erbe e corso Italia. Una macchina imponente, che nelle strade più strette sembra quasi sfiorare i tetti e le cornici dei palazzi. È il momento in cui la precisione diventa fondamentale: ogni passo dei facchini deve essere coordinato, ogni movimento studiato, ogni indicazione ascoltata.
Anche in piazza del Teatro non è mancata una novità rispetto ai trasporti precedenti. Dies natalis non si è fermata davanti all’ex chiesa di Sant’Egidio per effettuare la tradizionale sosta tecnica necessaria all’inserimento delle spallette aggiuntive. L’operazione è stata eseguita direttamente durante il percorso, senza interrompere la marcia. Un dettaglio che racconta bene il livello di coordinamento raggiunto dai facchini e la fiducia assoluta tra chi porta la Macchina e chi ne dirige ogni movimento.
Il trasporto di ieri sera è stato dedicato anche ai facchini che quest’anno non hanno potuto essere sotto Dies natalis a causa degli infortuni: Alessio Fiorillo, Alessio Brachino, Massimiliano Di Marco, Matteo Cola e Pierpaolo Laureti. Un modo per ricordare che dietro lo spettacolo che ogni anno conquista Viterbo c’è una comunità fatta di uomini, sacrifici e legami profondi.
Per tutta la sera Luigi Aspromonte ha accompagnato il gruppo con le sue indicazioni, scandendo il ritmo e mantenendo alta la concentrazione. La risposta dei facchini è stata quella che Viterbo si aspetta ogni 3 settembre: compattezza, forza e una disciplina costruita attraverso mesi di preparazione.
E poi è arrivato l’ultimo tratto, quello che porta verso il santuario. A quel punto la tensione cresce, la folla si stringe lungo il percorso e gli occhi sono tutti rivolti verso Dies natalis. La Macchina viene spinta e tirata, centimetro dopo centimetro, fino all’ultima salita. Quando finalmente raggiunge la sua destinazione, esplodono gli applausi. Ci sono le urla, le lacrime, gli abbracci e quella sensazione che ogni anno accompagna la fine del trasporto: Santa Rosa è tornata a casa.
Quella di ieri non è stata soltanto una prova di forza. È stata una serata dedicata alla storia di Viterbo, a chi ha costruito e tramandato la tradizione e a chi oggi continua a portarla avanti. Ottant’anni dopo la ripartenza del 1946 e quarant’anni dopo il drammatico episodio del 1986, Dies natalis ha attraversato ancora una volta la città nel segno della memoria e della pace.
E quando la Macchina è arrivata al santuario, la notte di Santa Rosa si è compiuta ancora una volta: Viterbo ha salutato i suoi facchini, e Santa Rosa è tornata a casa.















