Spagna al capolinea, la “maggioranza Frankenstein” va in frantumi: Sánchez si arrende ed evoca l’incubo elezioni per il 29 novembre
Politica
5 Ottobre 2026
Spagna al capolinea, la “maggioranza Frankenstein” va in frantumi: Sánchez si arrende ed evoca l’incubo elezioni per il 29 novembre
Invece di assumersi la piena responsabilità del fallimento di un'alleanza politica basata sul compromesso a tutti i costi con i separatisti, il premier ha preferito scagliare i soliti anatemi, agitando lo spauracchio della destra e scagliandosi contro "élite economiche e sociali"

SPAGNA – Il castello di carte di Pedro Sánchez è crollato sotto il peso delle sue stesse contraddizioni. La tanto decantata, ma scricchiolante, alleanza progressista — un puzzle tenuto insieme dalle pretese dei separatisti e dall’estrema sinistra — si è ufficialmente incagliata sullo scoglio dei contestatissimi decreti sull’edilizia abitativa. Di fronte alla bocciatura in Parlamento, dovuta al voto contrario non solo dell’opposizione di centrodestra (Partito Popolare e Vox) ma anche del fuoco amico degli indipendentisti catalani di Junts, al leader socialista non è rimasto che alzare bandiera bianca.

La resa è andata in scena con un discorso alla Nazione dal Palazzo della Moncloa, in cui Sánchez ha annunciato di aver informato re Felipe della decisione di sciogliere le Camere e di aver convocato d’urgenza un Consiglio dei ministri straordinario per ufficializzare il ritorno alle urne. La Spagna, dunque, si prepara a un voto anticipato fissato per il prossimo 29 novembre, ben nove mesi prima della scadenza naturale della legislatura.

Nel suo intervento, l’ormai premier uscente ha cercato di difendere il bilancio di questi difficili anni di governo, definendo la Spagna “l’economia che più cresce in Europa” e auto-celebrando il Paese come “riferimento mondiale di pace, femminismo e prosperità”. Ma la narrazione di una presunta stabilità è stata smentita dai fatti e dalle sue stesse parole, costretto ad ammettere che in questi anni ha dovuto gestire “emergenze inedite” e che nell’attuale maggioranza sociale, di cui per anni si è fatto paladino, “c’è insoddisfazione”.

Dietro i ringraziamenti di rito alle forze parlamentari che lo hanno sostenuto fino al clamoroso sgambetto sulla casa, traspare l’affanno di un esecutivo ostaggio di troppe anime inconciliabili. “Lo so che abbiamo commesso errori e non abbiamo dato tutto quello che avevamo proposto,” ha dovuto ammettere Sánchez, richiamando l’urgenza di costruire una maggioranza progressista “più ampia” per poter portare avanti il suo programma.

Tuttavia, invece di assumersi la piena responsabilità del fallimento di un’alleanza politica basata sul compromesso a tutti i costi con i separatisti, il premier ha preferito scagliare i soliti anatemi, agitando lo spauracchio della destra e scagliandosi contro “élite economiche e sociali” che, a suo dire, “vogliono controllare il Paese”. Un copione già visto.

Ora la palla passa agli spagnoli, chiamati a esprimersi il 29 novembre. E questa volta, la retorica dell’emergenza progressista potrebbe non bastare a nascondere le crepe di un governo che si è accartocciato su se stesso.

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