di Diego Galli
VITERBO – Un’apertura straordinaria premiata da un’eccezionale risposta di pubblico. Ieri mattina, domenica 11 ottobre, gli spazi dell’Archivio di Stato di Viterbo hanno registrato il tutto esaurito per un viaggio senza filtri nelle pieghe più remote e turbolente della storia cittadina. La sala letteralmente gremita di cittadini e autorità ha confermato quanto l’iniziativa, organizzata in occasione dell’ottocentenario della morte di San Francesco d’Assisi, sia stata recepita con enorme entusiasmo dalla popolazione, desiderosa di riappropriarsi delle proprie radici identitarie in un luogo simbolo della cultura.
A guidare questa immersione nel Duecento viterbese è stata la professoressa Angela Lanconelli, già docente all’Università della Tuscia e funzionaria del Ministero della Cultura, che ha spogliato il Medioevo locale dalla sua consueta aura romantica per restituire la fotografia cruda di una città spaccata da profonde lotte di potere.
Lontana dall’essere un pacifico borgo devozionale, la Viterbo a cavallo tra il XII e il XIII secolo era un cantiere a cielo aperto in tumultuosa espansione. Mentre all’esterno conduceva spietate campagne militari contro Tuscania, Orvieto, Tarquinia e Roma, all’interno delle mura la vecchia aristocrazia delle torri si scontrava con l’ascesa inarrestabile del Populus, la nuova classe artigiana. «Un lamento riportato dai cronisti compiange la città per come si è ridotta a causa dell’inimicitia civium», ha spiegato Lanconelli attingendo direttamente alla concretezza delle fonti.
Una polveriera locale incastrata nel più ampio scacchiere geopolitico conteso tra Papato e Impero. Appoggiando la politica di restaurazione territoriale di Innocenzo III, Viterbo venne innalzata a capoluogo della neonata provincia del Patrimonium Sancti Petri in Tuscia. Ma il vero cortocircuito si consumò sul fronte religioso, con le simpatie ghibelline e filoimperiali dei ceti dirigenti che si saldarono con il radicalizzarsi dell’eresia Catara. I catari costruirono a Viterbo una vera e propria anti-chiesa che fece breccia direttamente nei palazzi del potere: «Tra i nomi degli eretici viterbesi — ha precisato la studiosa — troviamo Giovanni Tignosi, camerlengo del Comune nel 1205, ed esponenti di famiglie eminenti come i Petriboni e i Maccabei».
La reazione della Chiesa fu implacabile. Oltre all’azione repressiva dell’Inquisizione, che azzerava i patrimoni dei condannati spartendoli tra curia e casse comunali (spesso impiegati per finanziare le mura cittadine), i vertici ecclesiastici misero in campo una vera e propria controffensiva urbanistica e teologica. Fu proprio per arginare questa pericolosa spinta eretica e ghibellina che Papa Gregorio IX promosse, già nel 1236 — ad appena dieci anni dalla scomparsa del Poverello d’Assisi — la costruzione del convento di San Francesco, destinato a diventare un presidio fondamentale sul territorio.
L’arrivo dei frati minori si inserì in questo clima rovente. Nel 1254, Papa Innocenzo IV impose loro l’ingrato compito di guidare l’Inquisizione nel centro Italia. Un ruolo esecutivo centrale nelle dinamiche viterbesi che, come ricordato dalla relatrice, i francescani accettarono inizialmente con estrema insofferenza, intimamente respinti dalla pratica della confisca dei beni e dalla violenza sulle persone.
La mattinata di altissimo profilo storiografico, accolta da lunghi applausi, si è poi conclusa con un ulteriore regalo per i tantissimi presenti: una visita guidata esclusiva tra i depositi e gli spazi storici dell’Archivio di Stato. Un’occasione unica per ammirare da vicino quei preziosi documenti originali che, da secoli, custodiscono intatta la memoria e i segreti della Tuscia.


