ROMA – Incredulità, sgomento, devasto interiore. Così il popolo giallorosso, all’Olimpico e non, ha vissuto gli ultimi dieci minuti della gara più attesa: quel Roma – Real Madrid carico di mille motivi, chiuso 4-3 per i Blancos quando nessuno più forse ormai avrebbe più caricato una fiches sugli spagnoli.
Ma nel calcio, si sa, le gare ormai durano 95 minuti. E seppur per 70 domini e surlcassi l’avversario, specialmente quando si chiama Real devi star attento alla massimo fino all’ultimo respiro. Per Gasp un dominio durato quasi tutta la gara, ma quel quasi farà la differenza. Una Roma bella, danzante, dominante e persino a tratti sfavillante e spumeggiante: prima De Roon, quindi doppio Malen, Olimpico in visibilio. Sembrava notte eroica, sembrava notte da lupi, di quelle generazionali e da raccontare ai nipotini.
Ma quel “quasi” o quel “sembrava” del paragrafo precedente faranno tutta la differenza del mondo. Specialmente per quell’allenatore dall’altra parte. Che sapeva, sua versione, che la Roma a quei ritmi non sarebbe durata tutta la partita. E se il calcio è strategia, sapeva come colpirla. Espressione latente e Real dominato, domani a testa in giù sul banco degli imputati per mezza Spagna, sarebbe stato; ma Mou è una vecchia volpe, Gasp sbaglia i cambi togliendo Hermoso e Mancini e nel finale in tre corner il Real la ribalta: Espi, Endrick e l’ex Rudiger sotto la Sud, la beffa delle beffe.
L’ex Mou, omaggiato da cori e coreografia, esulterà con rispetto. Muoverà quel dito come a dire “non mi arrendo mai” o “sono ancora vivo”, ma mai contro quella gente che tra Sud e Tevere non ha fatto altro che tributar lui amore e gratitudine per quel che fu. Un bacio alla Sud, il 4-3 sul campo. La partita nella partita. Gasp domina, Mou vince. Non basta però, José, se alleni una squadra di fenomeni. Gasp poteva prender copertine e riflettori d’Europa, se questa è la Roma da limare gli errori ed appuntamento soltanto rimandato.


