Ha vinto lo sport. Ha vinto il calcio. Ha vinto il calcio britannico. Hanno vinto i valori, quelli di un onesto e leale padre di famiglia, che tra fango e Championship non ha mai smesso di coltivare i suoi sogni. Ecco perché quello eletto stanotte al Palladium di Londra, location perfetta per quel Re che di lì a poco sarebbe stato osannato dal resto del Regno Unito, non può esser un Pallone d’Oro come gli altri.
Perché spesso e volentieri, come la nazionale che incarna, di cui è recordman assoluto e di cui da anni ed anni indossa la fascia, Capitan Tre Leoni è sempre stato mediaticamente sottovalutato, se non bistrattato. “L’eterno perdente”, “Mr Tottenham”, “Sempre secondo”, per citare alcuni degli appellativi più popolari diffusi nel polimorfismo dell’ignoranza. Perché Harry è arrivato dal fango a giocarsi quel tipo di palcoscenici, è arrivato dalle retrovie e probabilmente senza il talento cristallino di madre natura a vincer tutte quelle medaglie d’argento. C’era già gloria, signori, in tutti quegli anni. Quei lunghi anni che restano radiosi, dove già forgiava numeri e statistiche impressionanti, movimenti da nove e mezzo quasi generazionale.
Da 1 a 100 era già arrivato a 99. Per tanti, non bastava. E allora serviva altro. Serviva l’ultimo step. Dopo un decennio di Tottenham di cui resta figlio e per mille versi, pur a distanza, splendidamente bandiera, Monaco di Baviera costituiva la piattaforma perfetta per lanciar l’assalto agli ultimi traguardi. A quel 100: Champions o Mondiale stesso. Che arriverà, che arriveranno, forse. Intanto, è arrivata qualcosa di più: la lode. Il Pallone d’Oro. Nell’anno in cui forse, più d’ogni altro, ha dimostrato di meritarlo. Perché il tempo sarà galantuomo con Mbappé e soprattutto Yamal, per loro riconoscimenti del genere fioccheranno; per Harry, invece, era l’ultimo treno.
Con 73 centri in 65 presenze difficile pensare diversamente. Ma con Lewa, poche analogie, per quanto polacco straodinario finalizzatore. Perché Kane è uno straordinario tuttocampista, da oltre un decennio ormai. Primo difensore ma soprattutto centrocampista e trequartista illuminante. Che segna a grappoli, sì, ma che sa far segnare eccome. Con filtranti alti e bassi e linee di passaggio da 10 puro, purissimo. Anzi, farebbe impallidire pure quella categoria lì. Di Harry ne nascono pochi. Incredibile che sia venuto fuori dal fango della piramide britannica, un calcio per tutto il novecento tacciato di fisicità e nulla più. Invece classe ed eleganza, decennio per decennio, provenivano pure da lì: Stanley Matthews, Kevin Keegan, Sir Bobby Charlton e Golden Boy Owen, solo per citare i 4 Palloni d’Oro oltremanica precedenti alla notte che abbiamo appena vissuto. Quando i Tre Leoni calarono il pokerissimo.
E senza madre natura, ha saputo studiare e replicare.. quel tipo di eleganza. Mente, visione, lavoro. Oltre ad ore ed ore d’allenamento. Pochettino cambiò il suo corpo, e quindi la sua carriera. Dal 2014 la sua carriera è decollata: s’è preso Tottenham, Premier ed Inghilterra. Un giorno tornerà, lassù, adesso c’è la Champions da chiudere col Bayern. Ma prima, ancor prima, è arrivato qualcosa di più grande: la massima ororificenza individuale consegnata da R9, Ronaldo il Fenomeno, il suo idolo di sempre. Il cerchio della vita che si chiuse. Un urlo, liberatorio, al Palladium. La festa fino a tarda notte, il sole della mezzanotte sui tetti di Londra.
Ma soprattutto, al cospetto d’ogni qualità tecnica o di carriera che non è mai tardi per sottolineare ancora ed ancora, ha vinto l’uomo. Ha vinto la storia. Ha vinto chi non s’è mai dato per vinto, ha vinto un padre di famiglia, ha vinto un uomo onesto e leale. Il discorso per Kate, moglie e migliore amica nonchè mamma di quattro meraviglie, da lacrime agli occhi. Sceneggiatura da James Cameron, bello così. Al contempo valori e gratitudine, dedica a Tottenham ed allenatori. Tutti in piedi. L’uomo, il campione. Ha vinto qualcuno lontano dalle copertine del gossip, ha vinto un Campione. Con la C maiuscola, non a caso. Il Re senza corona che ben presto a Buckingham Palace faranno Sir, doverosamente.

