Nel cuore di Viterbo, a pochi passi dall’ingresso della chiesa dei frati Cappuccini, si consuma un dramma silenzioso. Da ben novanta giorni, un fazzoletto di terra ospita una piccola tenda due metri per due. È il rifugio di fortuna di Alessandro e Veronica, una coppia di trentenni finiti in mezzo alla strada, schiacciati dal peso di un passato drammatico e dalla perdita del lavoro. Intorno a loro, il freddo che avanza e un muro di pesante, quasi paradossale, indifferenza.
La vita all’addiaccio è una logorante lotta per la sopravvivenza, dove anche lavarsi o ricaricare un cellulare diventa un’impresa. «Alla Caritas ci permettono di lavarci una volta a settimana perché dicono che siamo in troppi – racconta Alessandro –. Andiamo lì a pranzo; per cena, i frati o qualche passante mosso a compassione ci offrono un panino». A complicare la ricerca di un riparo al chiuso è la presenza del loro cucciolo di cane, un compagno fedele che però chiude loro le porte dell’accoglienza religiosa: «Qui dai frati non vogliono darci una stanza perché abbiamo un cane che non possiamo lasciare da solo».
La strada è stata l’amaro traguardo di due percorsi di vita già segnati dal dolore. Veronica ha perso la madre da tempo e ha tagliato i ponti con i fratelli. La storia di Alessandro è una ferita aperta fin dall’infanzia: «A tredici anni sono stato tolto ai miei genitori adottivi perché subivo violenze fisiche e maltrattamenti. Poi, al compimento della maggiore età, si esce dalla casa famiglia». Giunto a Viterbo, aveva trovato una stabilità lavorando come badante, ma il decesso dell’anziano che assisteva lo ha fatto precipitare nuovamente nel vuoto.
«Sia io che Veronica siamo rimasti senza niente. Cosa dovevamo fare senza un tetto sulla testa?», si chiede il ragazzo. Il contatto con le istituzioni c’è stato, ma la soluzione proposta dai servizi sociali viterbesi – un corso di formazione retribuito – sembra scontrarsi con la dura realtà dell’emergenza primaria, quella abitativa. Una prospettiva lavorativa che i due accetterebbero di buon grado, ma che risulta inattuabile nelle condizioni attuali: «Per noi andrebbe anche bene, ma prima abbiamo bisogno di un posto dove sistemarci. Siamo sporchi, non possiamo andare a lavorare senza lavarci e con i vestiti lerci».
Oggi l’emergenza si è fatta anche sanitaria. Con l’abbassamento delle temperature, Veronica si è ammalata: ha la febbre alta e una brutta tosse che, dormendo all’aperto, non può che peggiorare. Alessandro non la lascia sola nella tenda, rinunciando persino a recarsi alla Caritas per il pasto caldo.
A ferire, oltre al gelo, è l’atteggiamento di molti fedeli che frequentano la parrocchia. Decine di persone escono dalla messa sfiorando quel rifugio di disperazione, senza fermarsi. «È venuta da noi solo una signora della Croce Rossa, che si sta interessando della situazione. Per il resto, escono dalla messa e tirano dritto», constata amaramente Alessandro. Un raggio di solidarietà arriva solo da alcuni residenti e commercianti della zona, che offrono spontaneamente una pizza o un pezzo di crostata. Ma la carità occasionale non può bastare.
L’inverno è ormai alle porte e una tenda in un giardino non può sostituire una rete di protezione sociale. L’appello alle istituzioni e ai servizi sociali è urgente: serve un alloggio temporaneo, una stanza, per restituire dignità e futuro a due ragazzi a cui la vita ha tolto tutto, strappandoli all’indifferenza di una città che non può voltarsi dall’altra parte.

