Dalle analisi autoptiche emergono dettagli agghiaccianti: un’esecuzione con pugnale militare e un orario del decesso che smentisce la versione del killer di Anguillara
ANGUILLARA SABAZIA – Federica Torzullo è stata trucidata tra le mura di casa lo scorso 8 gennaio. A distanza di un mese e mezzo da quell’efferato femminicidio, la verità processuale attende ancora l’ultimo tassello: una confessione piena da parte del marito, Claudio Agostino Carlomagno, attualmente recluso nel carcere “Aurelia” di Civitavecchia.
Dalla cella, però, non filtra alcun segnale di pentimento. L’imprenditore appare consumato dal dolore per la perdita dei genitori, di cui però accusa paradossalmente la moglie, indicandola come causa indiretta della loro morte. “Radio Carcere” descrive un uomo che non necessita di sorveglianza a vista ma che si ostina in un silenzio parziale. Un muro che il Procuratore Capo di Civitavecchia, Alberto Liguori, sta cercando di abbattere, sollecitando l’indagato — ormai destinato all’ergastolo — a chiarire i troppi punti oscuri che ancora macchiano questa vicenda.
L’arma del delitto: un’esecuzione militare
I rilievi autoptici hanno iniziato a delineare uno scenario inquietante, a partire dall’arma utilizzata: un coltello a doppio filo, estremamente affilato, di chiara derivazione militare. Non un utensile da cucina, ma un oggetto d’offesa capace di lasciare fori di forma romboidale. Questa particolare geometria è stata riscontrata sulle “stimmate” rinvenute sui palmi delle mani di Federica, segno di un estremo e disperato tentativo di difesa prima della fine.
I fori nelle mani la dimostrazione di quanto affilato e letale fosse quel pugnale
Il fendente fatale è stato quello inferto al collo, che ha reciso di netto la carotide. Una lesione che non lascia scampo: la perdita di coscienza sopraggiunge in una manciata di secondi, seguita da uno shock ipovolemico irreversibile. Le altre coltellate sarebbero state inferte quando la donna era già agonizzante o priva di vita, in un eccesso di furia distruttiva.

Il giallo dell’orario e della fossa
I tempi dichiarati da Carlomagno non reggono alla prova della scienza. Nello stomaco della vittima è stato trovato del cibo non digerito, un dettaglio tecnico che sposta l’orario della morte alla sera precedente, verso le 23:30, smentendo l’ipotesi dell’alba. L’uomo avrebbe dunque avuto l’intera notte per tentare di ripulire la scena — impresa resa vana dalla violenta emorragia carotidea — e per occultare il cadavere.

E qui emerge il mistero della buca. Il luogo della sepoltura presentava una perizia tecnica (base sassosa per il drenaggio dei liquidi) che mal si concilia con l’inesperienza dell’indagato nell’uso di mezzi meccanici. Chi ha preparato quel sito? Nell’azienda di famiglia solo il padre e un operaio erano in grado di manovrare certi macchinari. Che la fossa fosse stata scavata in precedenza per altri motivi o con un aiuto, resta un punto su cui la Procura esige risposte.
Il movente: la punizione per una nuova vita
Dietro la furia di Carlomagno si nasconderebbe un mix tossico di gelosia e senso di possesso. La scintilla sarebbe stata una vacanza di Federica a Sharm El Sheikh con un nuovo compagno, ufficialmente spacciata per un viaggio con un’amica. Una scoperta che l’uomo non avrebbe accettato, decidendo di “punire” la volontà della moglie di rifarsi una vita e di separarsi definitivamente da lui.
Oggi Claudio Agostino Carlomagno rischia di affrontare un processo con l’aggravante massima, quella che porta dritta al “fine pena mai”. La Procura attende, ma il tempo delle scuse parziali sembra ormai scaduto.


