di Diego Galli
VITERBO – Entrare oggi nella Chiesa di Santa Maria in Gradi non è solo un atto di visita a un cantiere, è un’immersione in una storia di resilienza che attraversa i secoli. Dopo decenni di abbandono, il “gigante” di 80 metri di lunghezza per 30 di larghezza – la chiesa più grande della città – sta finalmente per essere restituito alla comunità.
L’occasione di fare il punto sui lavori è stata l’Open Day organizzato dalla Soprintendenza, un momento di trasparenza che ha permesso di osservare da vicino la complessità di un restauro atteso da troppo tempo.
“Il padrone era un tasso”: gli anni dell’oblio
Le parole della Soprintendente Margherita Eichberg restituiscono con brutale onestà lo stato in cui il monumento ha versato per anni. “Può sembrare scontato smontare un ponteggio rimasto qui per più di 20 anni”, ha spiegato la Eichberg, “ma la situazione era stata consolidata dall’incuria. Qui il vero padrone era un tasso: abbiamo trovato i resti dei suoi pasti ovunque. Tra piccioni e abbandono, l’edificio era stato dimenticato”.
Una storia tormentata, quella di Gradi, che ha visto le ferite dei bombardamenti del 1944 aggravate da scelte drastiche nel dopoguerra: “Invece di consolidare le volte, all’epoca si preferì demolirle”, ha ricordato la Soprintendente, sottolineando come l’edificio fosse stato privato della sua funzione religiosa per diventare un laboratorio di falegnameria e tintoria all’interno del penitenziario che occupava l’ex convento.
L’idea dei primi anni 2000 di trasformare la chiesa in un’Aula Magna “faraonica” per l’Università è stata oggi accantonata in favore di un approccio più funzionale e moderno. Dopo lo stop ai lavori nel 2008, la Soprintendenza ha ripreso in mano il sito puntando prima di tutto alla sicurezza strutturale.
La vulnerabilità sismica e il restauro del portico
A guidare la fase architettonica e strutturale è l’architetto Federica Cerroni (RUP del progetto). Grazie a un finanziamento di 1.280.000 euro, è stato possibile studiare a fondo il “funzionamento” del colosso medievale tramite rilievi con laser scanner (nuvola di punti) e indagini geofisiche.
“L’intervento del genio di Niccolò Salvi nel 1740 ha riconfigurato completamente la chiesa, creando un’aula unica estremamente elegante e annettendo le navate laterali per ricavarne cappelle,” ha spiegato Cerroni. Le indagini odierne hanno permesso di comprendere meglio le stratificazioni di una fabbrica iniziata nel 1200 e modificata nei secoli, come nel caso delle coperture metalliche moderne, pensate negli anni 2000 per sostituire le volte distrutte senza creare un “falso storico”.
Il prossimo, imminente passo visibile alla città riguarderà l’esterno: “Prevediamo di appaltare a brevissimo il progetto di restauro del portico quattrocentesco,” ha annunciato l’architetto. Un elemento iconico, la cui costruzione durò un secolo a colpi di donazioni, che tornerà presto al suo antico splendore.
Una città sotterranea: ossari e canali romani
Le sorprese più grandi, tuttavia, si celavano sotto i piedi dei visitatori. L’archeologa Beatrice Casocavallo ha guidato gli scavi che hanno svelato i segreti ipogei della chiesa. Se nella navata centrale i pavimenti originali sono stati distrutti dai laboratori carcerari, le cappelle laterali hanno conservato i loro pavimenti in cotto e, sotto ognuna di esse, un segreto: un ossario.
“Ogni cappella ha il proprio ossario, perfettamente allineato all’altare,” ha illustrato Casocavallo. I resti ossei rinvenuti sono pochissimi, una circostanza storica precisa: “Molto probabilmente le ossa sono state spostate a seguito degli editti napoleonici, quando le congregazioni dovettero abbandonare chiese e palazzi confiscati”.
Ma lo scavo si è spinto ancora più a fondo, a oltre due metri, raggiungendo il banco roccioso su cui poggia l’immenso edificio. “Abbiamo potuto appurare che il banco roccioso in alcuni punti era stato già tagliato e lavorato per un sistema di adduzione dell’acqua, molto probabilmente da riferire a una fase di epoca romana,” ha rivelato l’archeologa. È la conferma di come Viterbo viva su più livelli: “Nel periodo antico c’è una città parallela che vive al di sotto, fatta di condotti e ambienti ipogei scavati nella roccia facilmente lavorabile”.
Un asset per il 2026
Con uno stanziamento di oltre 8 milioni di euro (tra fondi del Governo e della Soprintendenza), il traguardo della fine del 2026 per la riapertura al pubblico appare oggi una sfida concreta. Terminati i lavori di consolidamento, la “palla” passerà all’Università della Tuscia per l’allestimento finale. Viterbo non sta solo restaurando una chiesa; sta recuperando un asset turistico di valore inestimabile, sanando definitivamente quella cicatrice che per troppo tempo ha interrotto il dialogo tra la città e la sua “fenice” di pietra.


