Lazio – Marco Colarossi dovrà lasciare il consiglio regionale: inutile il salvagente di Claudio Lotito
Politica
5 Giugno 2026
Lazio – Marco Colarossi dovrà lasciare il consiglio regionale: inutile il salvagente di Claudio Lotito

Il politico, eletto con il M5S e passato a Forza Italia è stato dichiarato decaduto dalla Corte d’Appello. Al suo posto entrerà alla Pisana Vincenzo D’Antò

ROMA – Tre anni di resistenza, un cambio di partito, una legge su misura, che poi si è rivelata inutile. Non è bastato niente. Marco Colarossi deve lasciare il consiglio regionale del Lazio.

La corte d’appello di Roma ha chiuso definitivamente la partita il 5 giugno 2026, confermando in pieno la sentenza di primo grado: ineleggibile, decaduto, fuori.

La sentenza apre ora la strada a Vincenzo D’Antò , il candidato M5S che non aveva mai smesso di battersi per un seggio che gli spettava di diritto. La decisione del tribunale modifica gli equilibri politici in regione: la maggioranza che sostiene Francesco Rocca perde infatti un consigliere.

Tutto nasce dalle elezioni regionali del febbraio 2023. Colarossi si candida con il Movimento 5 Stelle — partito che presto abbandonerà per approdare a Forza Italia — e viene proclamato eletto. C’è però un problema che avrebbe dovuto fermare tutto sul nascere: nella legislatura precedente aveva lavorato come dipendente regionale a tempo determinato, collaborando con l’assessora al Turismo della giunta Pd-M5S Valentina Corrado. La legge è limpida: per candidarsi occorreva dimettersi entro il 14 gennaio 2023, data di presentazione delle liste.

Marco Colarossi

Colarossi presenta la lettera di dimissioni l’11 gennaio, ma queste vengono protocollate — e quindi rese formalmente efficaci — soltanto il 20 febbraio, quarantasei giorni oltre la scadenza. Un ritardo che i giudici hanno considerato invalicabile: le dimissioni di un dipendente pubblico producono effetti solo dal momento in cui vengono acquisite al protocollo dell’ente, non da quando si consegna un foglio a qualcuno in corridoio.

Nel maggio 2023 il consiglio regionale — con i voti compatti del centrodestra — aveva comunque convalidato la sua elezione, voltando la testa dall’altra parte. D’Antò, difeso dagli avvocati Dario Perugini e Arturo Perugini, aveva impugnato quella delibera davanti al tribunale civile di Roma. A quel punto era entrato in scena Claudio Lotito, senatore di Forza Italia e patron della Lazio, che nel marzo 2024 aveva infilato nel cosiddetto decreto elezioni una norma costruita su misura per togliere dai guai il collega di partito. La mossa era talmente trasparente nei suoi obiettivi che la stampa l’aveva subito ribattezzata legge Lotito . Inutile: il tribunale di Roma aveva già deciso che quella norma riguardava le elezioni del 2024 e non poteva cancellare retroattivamente ciò che era successo nel 2023. Colarossi veniva dichiarato ineleggibile e decaduto, condannato a risarcire D’Antò di 6.000 euro.

Colarossi aveva impugnato la sentenza con una serie di argomenti: l’assenza del pubblico ministero nel primo grado, la natura fiduciaria e politica del suo incarico, che avrebbe dovuto sottrarlo alle norme sull’ineleggibilità, la portata retroattiva della legge Lotito e, ancora, la richiesta di sentire testimoni che provassero come le sue dimissioni fossero sostanzialmente avvenute prima del 14 gennaio. La corte d’appello ha smontato tutto. Il datore di lavoro di Colarossi era la regione Lazio, non l’assessore di turno: la regione pagava lo stipendio, la regione poteva licenziarlo, rispetto alla regione si misurava l’ineleggibilità. Che il rapporto avesse una connotazione fiduciaria non sposta di un millimetro la sostanza giuridica.

La legge Lotito vale per il 2024, non per il 2023. Le prove testimoniali sono inammissibili. Risultato: appello rigettato, altri 8.500 euro di spese legali a carico di Colarossi. Il prossimo passo è l’insediamento di D’Antò alla Pisana.