VITERBO – “Casa mia, quanto mi costi”. Un adagio popolare che oggi, a Viterbo, assume i contorni di una vera e propria emergenza sociale ed economica. Nel giro di sei anni, il costo degli affitti nel capoluogo della Tuscia è aumentato del 19%, trainato da dinamiche di mercato complesse, mentre le buste paga dei lavoratori sono rimaste sostanzialmente al palo, registrando un incremento netto di appena l’8%.
I dati emergono in modo cristallino dall’ultima elaborazione condotta dall’Ufficio Studi della CNA, che ha incrociato le rilevazioni dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare (OMI) dell’Agenzia delle Entrate con l’andamento reale delle retribuzioni nette nel medesimo periodo temporale. Il divario accumulato tra costo della vita e potere d’acquisto sta progressivamente erodendo il bilancio delle famiglie e l’autonomia dei più giovani.
“Anche se c’è chi sta molto peggio di noi nel contesto nazionale, una forbice così ampia aggrava pesantemente il problema dell’accesso alla casa per giovani, famiglie e lavoratori, minando l’attrattività stessa del nostro territorio”, dichiara Attilio Lupidi, Segretario della CNA di Viterbo e Civitavecchia
I numeri del divario a Viterbo
Analizzando la classifica dei 109 capoluoghi di provincia italiani, Viterbo si posiziona all’87° posto per quanto riguarda la velocità di crescita dei canoni di locazione. Un dato che, se preso singolarmente, potrebbe apparire moderato, ma che rivela tutta la sua criticità se rapportato alle retribuzioni locali.
Nel 2019, per un appartamento tipo di 70 metri quadrati, la spesa media mensile richiesta a un inquilino viterbese era di 520 euro. Sei anni dopo, la cifra è salita a ben 620 euro mensili. A fronte di questa impennata, lo stipendio netto medio sul territorio si attesta oggi a 1.750 euro. Questo significa che esattamente il 35% della busta paga mensile svanisce istantaneamente per garantire un tetto sopra la testa. Nella graduatoria nazionale che misura l’incidenza dell’affitto sul reddito, il capoluogo si colloca al 59° gradino.
Il contesto regionale: il Lazio a confronto
Il fenomeno della pressione immobiliare non risparmia le altre province del Lazio, sebbene con dinamiche e pesi differenti. Roma si conferma una vera e propria barriera d’accesso all’abitare, posizionandosi al 9° posto nazionale per crescita dei canoni e al 5° per incidenza sul reddito: per i medesimi 70 mq si è passati da 980 euro nel 2019 agli attuali 1.340 euro. Questo importante rincaro assorbe ben il 56% di uno stipendio medio capitolino, stimato in 2.400 euro netti.
Spostando l’attenzione sugli altri capoluoghi, la situazione si fa meno estrema nei costi assoluti, ma l’impatto sui bilanci familiari resta ampiamente significativo. Poco prima del capoluogo della Tuscia per incidenza sul reddito troviamo Latina: qui l’affitto per un appartamento tipo è salito in sei anni da 560 a 665 euro (un rincaro che la pone al 91° posto in Italia), andando a pesare per il 36% su uno stipendio medio di 1.850 euro.
Frosinone e Rieti chiudono il quadro regionale con numeri per molti versi sovrapponibili: nel capoluogo ciociaro il canone è passato da 500 a 590 euro mensili (102° posto per rincari), pesando per il 33% su una retribuzione media di 1.780 euro; a Rieti, infine, le locazioni sono cresciute da 480 a 565 euro (106° posto), decurtando ugualmente del 33% un salario medio mensile pari a 1.700 euro.
Dall’emergenza sociale a quella economica: la visione nazionale
A livello nazionale, lo studio CNA ribadisce il primato di Milano come piazza più costosa d’Italia. Tuttavia, sono città come Bologna, Firenze e la stessa Roma a mostrare i divari incrementali più preoccupanti tra andamento degli affitti e andamento dei redditi. La situazione assume connotati di massima criticità soprattutto nelle città a forte vocazione universitaria e nei territori caratterizzati da un’elevata attrattività turistica ed economica. In queste aree, la domanda di alloggi continua a correre a velocità esponenzialmente superiori rispetto all’offerta disponibile, generando distorsioni che colpiscono direttamente il mercato del lavoro e la competitività delle imprese locali.
“Il tema dell’abitare non rappresenta più soltanto una questione sociale, ma una vera emergenza economica che rischia di frenare crescita, investimenti e sviluppo locale. Servono interventi strutturali per aumentare l’offerta di alloggi a canoni sostenibili, recuperare il patrimonio immobiliare inutilizzato e favorire la rigenerazione urbana.” , ha dichiarato Dario Costantini, Presidente Nazionale della CNA
Le risposte necessarie per non bloccare lo sviluppo
Secondo la CNA, l’attuale impianto normativo e di mercato non è più in grado di autoregolarsi senza interventi pubblici mirati. Per uscire dall’impasse, l’associazione propone l’adozione immediata di un “Piano Casa” strutturale e di efficaci pacchetti di incentivi volti alla riqualificazione del patrimonio immobiliare privato oggi sfitto o inutilizzato.
Senza risposte concrete e immediate a questa emergenza, il rischio tangibile è quello di assistere alla progressiva trasformazione dei centri urbani in aree esclusive, economicamente inaccessibili e progressivamente svuotate di giovani, lavoratori e competenze specialistiche, ovvero delle risorse umane indispensabili per garantire il futuro e lo sviluppo economico del Paese.

