“Dall’antica Persia di migliaia d’anni fa all’Iran civile di oggi, lo spirito iraniano resta vivo e saldo. Siamo venuti qui a Los Angeles con orgoglio, abbiamo giocato con onore e ce ne andiamo con dignità. Grazie, Los Angeles, per la tua ospitalità. E grazie a ogni cittadino iraniano che ha dato il suo cuore, la sua voce e la sua anima per l’Iran in questi centottanta minuti. Che la pace, il rispetto e l’amicizia prevalgano tra tutte le Nazioni”. Recita così una breve ma significativa e soprattutto intensa lettera che la nazionale dell’Iran ha lasciato attaccata agli spogliatoi dello stadio Sofi di Los Angeles, dopo l’ennesima prova di resistenza tecnica e calcistica, in seguito al pari a reti inviolate strappato al solito balbuziente Belgio a fine ciclo. L’Iran c’è, nonostante tutto. Una realtà che fa discutere. Perché tensioni e geopolitica, a dispetto delle garanzie senza successo del presidente della Fifa Gianni Infantino, la stanno facendo da padrone ai Mondiali d’America. Per vincoli a stelle e strisce, come vi abbiamo raccontato non è consentito alla nazionale del medioriente di raggiungere stadi e città 48 prima dell’evento, come garantito a tutte le altre. Anche a Los Angeles, delegazione e squadra arrivati soltanto 24 ore prima dell’evento. Un contesto che ha fatto scattare il reclamo ufficiale alla Fifa, da parte della Federazione. Ciononostante, l’Iran combatte (calcisticamente, si intende) il suo destino. Forze di causa maggiore superiore. Geopolitica che alimenta le difficoltà della nazionale. Che resta ancora clamorosamente in corsa per la qualificazione, nonostante tutto: Egitto 4. Iran e Belgio 2, Nuova Zelanda 1. Può succedere di tutto, in queste condizioni un Iran ai sedicesimi sarebbe straordinariamente eroico.

