Strage di pini sulla via Appia, il più grande disastro ambientale del Lazio dopo Castel Fusano e Castel Porziano: e gli enti locali che fanno?
Cronaca
28 Settembre 2026
Strage di pini sulla via Appia, il più grande disastro ambientale del Lazio dopo Castel Fusano e Castel Porziano: e gli enti locali che fanno?

TERRACINA – «I pini dell’Appia sono un’infrastruttura, non un arredo. Sono stati piantati da gente che aveva appena visto cosa fa il vento su una pianura senza ostacoli, e che ha messo le fasce frangivento nello stesso capitolo di spesa dei canali e delle strade. Quando quei filari si diradano per una cocciniglia arrivata dal Nord America non perdiamo un pezzo di cartolina: perdiamo la rugosità di una pianura, la fascia di quiete sottovento a ogni migliara, qualche punto percentuale di umidità nei campi e diverse decine di km/h di raffica al suolo nei giorni che contano».

E ancora: «Un albero morto va rimosso, sempre. Ma una barriera rimossa e non ricostruita è un’opera pubblica dismessa in silenzio. Vale almeno la pena di saperlo».

Così si legge nello studio dal titolo “Frangivento: i pini dell’Appia e la fisica del vento nella Pianura Pontina”, elaborato da Andrea Consalvi e pubblicato il 26 agosto scorso sul suo sito Meteo Cloud (al seguente link: https://www.meteocloud.it/2026/08/27/frangivento-i-pini-dellappia-e-la-fisica-del-vento-nella-pianura-pontina/).

Si tratta di una ricerca inedita e dirompente, passata sotto silenzio, sulla quale nessuno ha voluto approfondire.

Quasi censurata per le sue gravissime implicazioni politico-ambientali non solo dal resto della stampa, ma soprattutto dalle amministrazioni locali della Pianura Pontina interessate dalla più grande catastrofe ambientale dell’intera regione Lazio: la morte della quasi totalità dei pini mediterranei (Pinus pinea) che costeggiano gli oltre 52 km della via Appia (la cosiddetta Fettuccia) da Cisterna a Terracina. Centinaia (se non migliaia) di alberi ad alto fusto (l’altezza media è di 20 metri) messi a dimora alla fine della grande bonifica dell’Agro Pontino, a partire dal 1935, e che oggi hanno un’età di oltre 90 anni (la vita media di queste piante è di 150-200 anni).

Queste piante, oggi, sono quasi tutte morte o in fin di vita. A quanto pare, ad aver provocato questo gigantesco flagello – che poteva comunque essere evitato e contenuto – sarebbe stata l’infestazione della Toumeyella parvicornis, comunemente nota come cocciniglia tartaruga del pino: un insetto parassita arrivato dal Nord America (nel 2015 è stato trovato in Campania).

Lo scenario che oggi si para davanti a chi percorre la via Appia da Cisterna a Terracina e viceversa (storicamente, per milioni di romani e turisti la Fettuccia è «la strada delle vacanze») è spaventoso: sembra di percorrere una zona colpita dal fallout radioattivo di un attacco nucleare.

Andrea Consalvi, 33 anni, di Cisterna di Latina, ha studiato ingegneria informatica e dell’automazione ed è il CISO (Chief Information Security Officer) di una società metalmeccanica italiana sul territorio.

Come altri impieghi presta servizio nei Vigili del Fuoco volontari di Protezione Civile dove dirige la Sala Operativa. Nel 2018 ha fondato Meteo Cloud, nato da un suo progetto e del quale è CEO, con una rete meteo di oltre 1000 stazioni in aumento.Scrive Consalvi: «Toumeyella parvicornis è un piccolo insetto fitomizo nordamericano, chiamato cocciniglia tartaruga per il corpo emisferico e bruno rossastro della femmina adulta, che ricorda un minuscolo guscio. Le femmine superano di poco i 4 mm e vivono immobili, fissate ai getti o agli aghi. I danni gravi e crescenti che questa specie causa dal 2014, in particolare in Campania, Lazio e Toscana, riguardano sia il verde urbano sia le pinete mediterranee, già indebolite da altri fattori di stress».E aggiunge: «Il meccanismo del danno è, in fondo, un problema di bilancio energetico della pianta.

La suzione di linfa con abbondante produzione di melata riduce la capacità fotosintetica, con disseccamento e caduta degli aghi. La melata imbratta chioma e rami, e su di essa si sviluppano fumaggini che li ricoprono di un feltro nerastro, fino al progressivo diradamento e alla trasparenza della chioma».L’allarme lanciato da Consalvi è tanto grave, quanto è rimasto lettera morta: «Un dettaglio che dovrebbe interessare chi si occupa di strade: la diffusione avviene per contatto tra alberi vicini, ma è favorita anche passivamente da animali, dal vento e persino dalle turbolenze alle chiome generate dal passaggio di mezzi pesanti lungo le strade alberate infestate. Un filare stradale è, per questo parassita, un’autostrada».

L’invasione della Toumeyella parvicornis è nota fin dal 2015. E qui sorgono alcuni interrogativi inquietanti: perché in tutti questi anni nessuno ha fatto nulla, non sono stati presi provvedimenti e non sono state curate le prime piante infette? Come si è arrivati all’ecatombe di quasi tutti i pini della via Appia da Cisterna a Terracina? Come si spiega l’inerzia degli enti locali e della stessa Regione Lazio?

Cosa fare adesso che l’intera tratta di oltre 50 km è devastata?Peraltro, lo stesso parassita (la cocciniglia tartaruga) avrebbe già sterminato migliaia di pini secolari (quasi un terzo di un complesso che conta 12mila esemplari) della tenuta presidenziale di Castel Porziano e della pineta di Castel Fusano a Ostia. Siamo di fronte a un vero e proprio cataclisma ambientale, ecologico e paesaggistico senza precedenti di fronte al quale le amministrazioni locali sembrano pietrificate. L’area interessata da questa enorme emergenza è veramente ampia e interessa tredici Comuni: Cisterna, Latina, Terracina, Norma, Sermoneta, Sezze, Pontinia, Monte San Biagio, Fondi, Itri, Gaeta, Minturno e Formia, città, questa, dove è nata l’assessore all’Ambiente della Regione Lazio, Elena Palazzo, che proprio per questo dovrebbe avere una particolare sensibilità, conoscendo bene la Fettuccia di Terracina e l’importanza di quei filari di pini.

«Nella Pianura Pontina – sottolinea Consalvi – i filari di pini e di eucalipti che accompagnano l’Appia, la Pontina e le migliare non sono un ornamento del Ventennio. Sono un’infrastruttura aerodinamica, progettata e realizzata insieme ai canali e alle strade. Oggi quell’infrastruttura sta collassando per colpa di un insetto di quattro millimetri, e il problema, prima che paesaggistico, è meteorologico». In pratica, i filari di pini della Fettuccia di Terracina «sono un paesaggio disegnato, non cresciuto».

Questo lungo tratto della via Appia (la Regina Viarum) – una vera e propria opera infrastrutturale di grande viabilità – venne fatta costruire dallo statista e console romano Appio Claudio Cieco nel 312 a.C. per collegare Roma con Capua, senza seguire le vie naturali, anticipando così il concetto di autostrada. Dopo ulteriori lavori per rendere transitabile l’antica consolare avviati a partire dall’autunno del 1777 da Papa Pio nell’ambito della prima grande bonifica dell’Agro Pontino (risale a quell’epoca la realizzazione del grande canale navigabile parallelo denominato Linea Pio), la via Appia venne riportata alla sua originaria grandezza e importanza durante il Ventennio, al termine della seconda grande bonifica ultimata nel 1937, quando vennero messi a dimora le centinaia di pini marini devastati dall’incuria e dalla cocciniglia tartaruga.«Chi percorre la Pianura Pontina – prosegue Consalvi – vede una geometria: strade rettilinee, canali paralleli, poderi regolari e, sopra tutto, doppie righe di alberi che seguono ogni asse. Non è un caso. A partire dal 1931 l’Opera Nazionale Combattenti (ONC) ridisegnò integralmente il territorio, sostituendo in pochi anni, dal 1932 al 1939, la palude con una rete di canali e strade che collegava oltre 3.000 poderi ai nuovi borghi rurali e alle cinque città di fondazione».«In quel disegno – spiega Consalvi nella sua ricerca – gli alberi hanno una voce di capitolo propria. Nell’ultima fase di attività dell’ente, tra i progetti per lo sviluppo della provincia di Latina, compaiono esplicitamente la manutenzione e l’adeguamento della viabilità e delle fasce frangivento.

Non “aiuole”: fasce frangivento. Si tratta di terreni nastriformi con filari di alberi, in prevalenza eucalipti, impiantati all’epoca della bonifica. Con la soppressione dell’ONC nel 1977 sono passati in proprietà alla Regione Lazio, e la loro alienazione è regolata dalla legge regionale 22/1995, che consente ai confinanti di acquistarli solo a patto di garantirne la conservazione».Da noi interpellato, Consalvi commenta: «Quei pini raccontano la storia della bonifica, ma non sono lì solo per essere guardati. Sono stati piantati per proteggere, e lo fanno ancora oggi: rallentano il vento, riparano i campi e infrastrutture. È un patrimonio che lavora in silenzio, e proprio per questo rischiamo di accorgercene solo quando manca.

Curarli per tempo e rinnovarli con attenzione significa custodire un’eredità preziosa e, insieme, una difesa naturale che il territorio ha costruito quasi un secolo fa».Il CEO di Meteo Cloud autore della citata ricerca conclude con queste parole, che sono un vero j’accuse dei tanti enti locali coinvolti: «Il problema era noto e le cure esistevano. È mancata la gestione, non la conoscenza. Ora non si può sbagliare di nuovo: ogni pino abbattuto deve essere sostituito con un progetto, non con un vuoto. Al primo evento atmosferico estremo, come un downburst, quegli alberi morti potrebbero cadere come birilli. Il downburst è tra i fenomeni di vento estremo più frequenti nei nostri temporali e può abbattere anche alberi sani. Su pini malati il rischio si moltiplica: proteggono meno e diventano un pericolo lungo le strade».

Se mai dovesse accadere, di chi sarà la responsabilità e chi pagherà in caso di gravi danni o vittime? La via Appia è percorsa ogni giorno da migliaia di veicoli, mezzi pesanti e anche trattori. Andando verso l’inverno, la situazione di pericolo oggi assume le dimensioni di una vera emergenza.

Agostino Gallo