Tarquinia, la Regione blocca il maxi-impianto di batterie. L’azienda sbotta: “Confondono l’accumulo col fotovoltaico”
Cronaca
23 Ottobre 2026
Tarquinia, la Regione blocca il maxi-impianto di batterie. L’azienda sbotta: “Confondono l’accumulo col fotovoltaico”

TARQUINIA – La transizione energetica nella Tuscia incassa un nuovo e pesante stop istituzionale. La Giunta regionale del Lazio ha formalmente negato l’intesa necessaria per realizzare un impianto di accumulo elettrochimico da 414 megawatt a Tarquinia, nella zona di Pian Boaro. L’infrastruttura, progettata non per produrre nuova energia ma per immagazzinare quella generata dalle fonti rinnovabili e rilasciarla in rete nei momenti di maggiore fabbisogno, si è scontrata con il veto della Pisana.

Alla base del diniego politico c’è la questione della saturazione del territorio. L’amministrazione regionale ritiene il Viterbese ormai asfissiato dalla presenza massiccia di eolico e fotovoltaico. A pesare sulla bocciatura è stata in particolare la vicinanza dell’area scelta a un altro parco solare da oltre 54 megawatt, distante circa cinque chilometri: un ulteriore intervento è stato quindi valutato come un aggravio insostenibile per la tutela del paesaggio locale.

La decisione ha innescato l’immediata e dura reazione della Besstarq, la società proponente del progetto. L’azienda respinge categoricamente le motivazioni della Regione, accusando la politica di aver preso un abbaglio tecnico e di aver sovrapposto due concetti opposti. «Esprimiamo forte rammarico per una decisione che dimostra un profondo fraintendimento del progetto e della sua funzione», si legge nella nota diramata dalla società, che teme come la Giunta sia stata influenzata da «letture tecniche fuorvianti». Il nodo centrale, spiega Besstarq, è la totale differenza tra chi genera energia e chi fa da polmone di stoccaggio: «Assimilarlo a un nuovo parco fotovoltaico o eolico significa confondere infrastrutture con caratteristiche, funzioni e occupazioni di suolo profondamente diverse». Anzi, proprio l’alta concentrazione di rinnovabili nella Maremma laziale renderebbe indispensabili sistemi in grado di gestire i picchi produttivi per non disperdere l’energia pulita.

A supporto della propria tesi, l’azienda snocciola i veri numeri sul consumo di suolo per smentire il presunto “enorme impatto” paventato dalla Regione. A fronte dell’alta potenza in megawatt, le batterie occuperebbero di fatto una superficie agricola di appena 2,8 ettari, un’inezia se paragonata ai circa 50 ettari divorati dal vicino parco fotovoltaico preso come termine di paragone.

A rendere ancora più paradossale la vicenda, secondo i vertici di Besstarq, è il fatto che il progetto avesse precedentemente incassato il semaforo verde proprio dalle strutture tecniche della Regione (in materia di urbanistica e biodiversità) e dall’autorità di bacino. Un vero e proprio cortocircuito tra i pareri tecnici favorevoli e il no prettamente politico, che apre inevitabilmente le porte alle aule di tribunale. «Ci rammarichiamo che, come troppo spesso accade negli ultimi anni, saranno ancora una volta i giudici a essere chiamati a pronunciarsi su responsabilità autorizzative che le amministrazioni preposte non riescono ad assumersi», conclude duramente l’azienda, addebitando la bocciatura a «pregiudizi ideologici» e all’incapacità di valutare la natura specifica delle singole opere.