VITERBO – Il mercato del lavoro nella Tuscia e nell’intero Lazio continua a sgretolarsi sotto i colpi della precarietà. I numeri relativi al primo semestre del 2026, estrapolati dall’Osservatorio Inps ed elaborati dalla Cgil di Roma e Lazio, smentiscono categoricamente le narrazioni ottimistiche su una presunta tenuta del tessuto economico regionale. Da gennaio a giugno, le nuove assunzioni si sono fermate a quota 471mila, registrando una preoccupante flessione di quasi 26mila unità (-5,2%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Ma il dato più allarmante riguarda la qualità e la tenuta dell’occupazione. A Viterbo, il tanto agognato contratto a tempo indeterminato è diventato un’autentica rarità: appena il 15,3% dei nuovi rapporti di lavoro garantisce stabilità ai dipendenti, una percentuale in costante crollo se paragonata al 17,9% del 2019. Un quadro a tinte fosche che si trasforma in un vero e proprio dramma sociale per gli under 29: tra i più giovani (che rappresentano oltre un terzo dei neo-assunti regionali), soltanto la misera quota dell’8,3% riesce a ottenere la firma su un contratto a tempo indeterminato.
La precarietà, dunque, avanza fagocitando le vecchie tutele. Nel confronto diretto con il 2019, i contratti di lavoro intermittente (a chiamata) sono esplosi con un drammatico +87%, seguiti dal lavoro in somministrazione (+52%), a fronte di un netto arretramento (-9%) delle assunzioni a tempo indeterminato. A pesare sui bilanci delle famiglie è anche la piaga del part-time, che riguarda il 36,6% dei nuovi contratti. Una condizione spesso imposta, non scelta, che allarga a dismisura il divario di genere: il 48,3% delle donne assunte è costretto all’orario ridotto (contro il 28,5% degli uomini), condannandosi a buste paga del tutto insufficienti per far fronte al costo della vita.
Di fronte a questa inarrestabile emorragia di diritti, la Cgil suona la carica. Il sindacato esige un radicale cambio di passo sia dalla Giunta regionale, chiamata a gestire e arginare le vertenze aziendali aperte sul territorio, sia dal Governo centrale. Un malcontento diffuso che si tradurrà presto in mobilitazione di piazza: il prossimo 20 novembre i lavoratori incroceranno le braccia per lo sciopero generale, indetto per protestare contro una Legge di Bilancio accusata di ignorare totalmente il rilancio delle politiche attive e gli investimenti per il vero sviluppo.

