ROMA – L’alba del giorno dopo mescola colori di sensazioni miste: da una parte il grande orgoglio e quel messaggio spedito al Vecchio Continente tennistico col successo mediatico e roboante in semifinale con Zverev, dall’altro il rimpianto d’esser arrivato stremato e perso la finalissima con Shelton.
Alla fine s’è arreso, Flavio Cobolli. Alla fine di una settimana dal tumulto di emozioni. Dalle lacrime di gioia con dedica al piccolo Mattia scomparso, ai sorrisi dopo la sconfitta di domenica con quella ragazza che forse – scherza Flavio, era meglio fosse rimasta a casa.
Ha vinto Shelton, quell’ATP 500 di Monaco di Baviera. Che poteva esser il terzo della sua giovane ma già importante carriera, che a questi livelli avrebbe assunto connotati e sapori di ulteriore consacrazione. Ma c’è stato tanto, comunque. Che forse vale di più di quella coppa non alzata, a differenza del Messico. C’è quella Top Ten mai così vicina, c’è quel best ranking eguagliato, che oggi vede Cobolli al 13° posto.
C’è da far meglio nei 1000, senz’altro, come testimonia il Sunshine Double e Montecarlo stesso. Ma Cobolli si sta completando, bene sia sul rosso che sul cemento. C’è tanto da fare e c’è soprattutto quel tappeto di condizioni migliori ormai steso per arrivar di fronte alla sua Roma col vento in poppa ed esser additato tra i principali azzurri protagonisti.
Si cresce anche attraverso le sconfitte, Cobolli lo sa. Ma stavolta, le critiche che per anni gli sono state mosse, ovvero quello di sparire nei momenti che contano mostrando più quel carattere estroverso che freddezza, non calzano più. Altrimenti non si arriva in finale in un 500 tantomeno battendo in semifinale il numero tre al mondo, forse la vittoria più prestigiosa dell’intera carriera. Ecco perché a volte si vince pure perdendo. Adesso Madrid, quindi Roma: il 2026 di Flavio Cobolli è appena decollato.


