MILANO – Poteva osar di più Chivu. Meno turnover, anche perché l’avversario era d’assoluto valore, con tutti i suoi difetti di gioventù poi fortunatamente in chiave nerazzurra venuti fuori nel finale. L’Inter se la complica, il Como domina e fa la voce grossa. I rimpianti, in un destino beffardo, alla fine però sono tutti lariani.
Più che una partita, la semifinale di ritorno di Coppa Italia 25/26 tra Inter e Como è stata un vero e proprio film. A due trame. La prima tutta comasca, col vantaggio di Baturina al tramonto e quel raddoppio di Da Cunha ad inizio ripresa che sembrava aver portato in paradiso ed al colpo più grande della sua storia il giovane Como di Fabregas. Che interpreta perfettamente trequarti di gara, solita espressione quasi rivoluzionaria persino paradisiaca.
Già, trequarti, avete capito bene, perché le gare durano oltre novanta minuti. Perché poi Chivu inserisce l’esperienza, i titolari. Ed alla fine al Como vien quel braccino fatale, ed i campionissimi nerazzurri fanno la differenza. Come 10 giorni fa al Sinigaglia rimontona interista, mozzafiato nel finale: addirittura doppia per un super Calhanoglu, jolly Sucic per il sorpasso finale che spegne i sogni lariani.
In finale va l’Inter, che torna a Roma per bissare lo Scudetto e portarsi a casa il Double domestico. Affronterà una tra Atalanta e Lazio, domani a Bergamo per il loro atto secondo, quello della verità. Ma che beffa per il Como, l’ennesima in questo finale di stagione, forse quella che fa più male. Un’ora paradisiaca, prima di buttar via tutto e farsi piegare dai campioni interisti. Espressione fantastica, poi tradita da tutti i suoi limiti. Una gara senz’altro che scatenerà fantasia di filosofi e addetti ai lavori, a partire dalle prossime ore.

