Viterbo – “La città va verso un periodo di luce”: le visioni di Ciucciarelli per San Pellegrino in Fiore (FOTO)
Cronaca
28 Aprile 2026
Viterbo – “La città va verso un periodo di luce”: le visioni di Ciucciarelli per San Pellegrino in Fiore (FOTO)
La nostra intervista all'architetto Christian Ciucciarelli, il "regista" degli allestimenti che trasformeranno le piazze storiche in un miraggio a occhi aperti

di Diego Galli

VITERBO  – Dal 1 al 3 maggio torna la magia di San Pellegrino in Fiore e, con essa, il desiderio di guardare la città da una prospettiva inedita. Quest’anno, a guidare la metamorfosi del maestoso quartiere medievale è l’architetto Christian Ciucciarelli, ideatore di un progetto che intreccia memoria e immaginazione. Attraverso installazioni leggere e quasi trasparenti, l’antico cuore medievale di Viterbo si prepara a ospitare vere e proprie visioni oniriche, in un dialogo suggestivo tra le rigide architetture di pietra, l’evanescenza delle reti metalliche e l’esplosione floreale. Abbiamo incontrato Ciucciarelli per farci raccontare le origini e i segreti di questo sogno calato sulla città.

Architetto, partiamo dalla scintilla iniziale: cosa l’ha spinta a mettersi in gioco e a partecipare a questo concorso per Viterbo?Io partecipo normalmente a molti concorsi. Nel momento in cui se ne presenta uno per la città di Viterbo, chiaramente mi fa piacere aderire, anche perché è un contributo che si dà alla propria città indipendentemente dal risultato. I concorsi sono fondamentali non soltanto nella fase operativa, dove ci si confronta con il proprio team, ma soprattutto quando escono i risultati. È lì che i professionisti si misurano l’uno con l’altro per vedere come è stato approcciato il tema. Durante le mostre dei progetti ci si confronta sulle differenze e sulle metodologie: è sempre un momento di crescita professionale. Ma è anche una crescita del gusto generale: man mano che le idee emergono, la cittadinanza comprende l’evolversi della progettualità sul territorio.”

Il suo progetto si intitola “Visioni Effimere nella Città dei Papi”. Le sue installazioni sembrano quasi un miraggio calato sulla pietra antica: qual è la visione che l’ha guidata nella realizzazione?Il tema è proprio quello di creare immagini fantasiose, quasi oniriche, all’interno della città. Ogni allestimento è una visione che si discosta da come siamo abituati a percepire quegli spazi storici. Sono opere ‘effimere’, di grande impatto per le loro dimensioni, ma leggere. Si rifanno alle architetture effimere del ‘500, strutture temporanee create per il passaggio di signori o Papi. La leggerezza e la trasparenza sono date dall’uso della rete metallica, l’elemento effimero per eccellenza. Penso alla Nuvola in piazza Scacciaricci, o alla torre in piazza San Carluccio. Quest’ultima è un’ispirazione medievale, ma non una ricostruzione filologica. È una visione che richiama i disegni degli intellettuali del ‘700-‘800 durante il Grand Tour: le strutture visionarie e giganti alla Piranesi, ruderi misteriosi immersi nella vegetazione. La nostra torre, decorata di fiori e sormontata dai colori giallo e blu della città, si erge come un rudere nella campagna laziale, circondata alla base da fiori di campo come margherite e bocche di leone.

Tra i vari allestimenti sparsi per le piazze, ce n’è uno che considera il suo “figlio prediletto”, o magari uno che le ha fatto passare notti insonni per la sua complessità?Quella di piazza San Carluccio è sicuramente impegnativa. Il montaggio di per sé è standard, ma il risultato è complesso: bisogna posare la rete in modo che sia trasparente al punto giusto, senza coprire troppo, e l’effetto finale del verde è determinante. Ma l’installazione a cui sono più legato è senza dubbio quella di Piazza del Gesù. È quella rimasta più fedele all’idea originale: un fiore gigante di cui la fontana storica rappresenta già il pistillo. Lì c’è stato solo da perfezionare l’aspetto tecnico per fissare i petali e rendere l’idea di leggerezza, ma il concetto di base non è mai cambiato. L’obiettivo in tutto il centro storico è proprio questo: cercare un’unità, un dialogo costante tra il contemporaneo e la storia che viviamo quotidianamente.

Parliamo molto di sogni e di un mondo effimero. Ma secondo lei, guardandosi intorno, Viterbo è una città che sta sognando o che ha voglia di sognare in questo momento?Credo che Viterbo si stia incamminando verso un periodo che definirei quasi ‘illuminato’. Si è iniziato un percorso per diventare una città più internazionale e aperta all’esterno, non solo attraverso le trasformazioni urbane, ma anche con un cambio socio-culturale spinto dagli eventi e da una promozione turistica efficace. Lo noto soprattutto negli ultimi tempi come cittadino, prima ancora che come professionista coinvolto. Credo che nei prossimi anni la città farà un vero salto di qualità.

Dietro la firma di un architetto c’è spesso un coro di voci. Chi l’ha accompagnata in questa avventura creativa?L’idea di base nasce da me, ma opero all’interno di una società di ingegneria di famiglia, uno studio di progettazione ampio. È stato un progetto condiviso ed elaborato da tante teste, che io ho coordinato mantenendo la visione tecnica, artistica e storica. Il lavoro dell’architetto è un lavoro di frontiera: ci sono infinite possibilità di espressione che però devono fare i conti con la fattibilità costruttiva, con l’ascolto del luogo, della storia e dell’arte. Sono troppi aspetti per poter convivere in un’unica sola personalità; il lavoro di squadra è essenziale.

Quando San Pellegrino in Fiore chiuderà i battenti e la città si desterà da questo sogno, qual è il segno più profondo che spera di aver lasciato nell’anima di chi ha vissuto le sue opere?Spero che rimanga la capacità di immaginare qualcosa di più. Vorrei che questa visione si riflettesse nelle manifestazioni future: la spinta a non arrendersi alla quotidianità, ma a premere l’acceleratore sulla fantasia, sulla promozione e sulla creatività del nostro centro storico.

Alcuni degli allestimenti in corso nella loro primissima fase di realizzazione.