VITERBO – Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Gabriele Sabato, avvocato e docente universitario – Gentile Direttore, ottant’anni, se parametrati alla durata dell’esistenza umana sulla terra, sono comparabili al tempo di un battito di ciglia nell’arco di un’intera giornata. Un nulla, una parentesi infinitesimale, quasi sempre operata sovrappensiero, nel mezzo delle nostre attività quotidiane.
Ottant’anni dal 2 giugno 1946, quando per la prima volta tutto il popolo italiano maggiorenne è stato chiamato a eleggere liberamente i membri della futura assemblea costituente, a suffragio universale, che avrebbe scritto e votato, il 22 dicembre 1947, una nuova carta costituzionale: il “libretto di istruzioni” della nostra neonata Repubblica (con la “R” maiuscola, come ripetutamente la menziona la Costituzione), votata contestualmente in quella storica giornata.
Una data che ha segnato una chiara cesura dal passato fascista, liberticida e monarchico, e ha costituito l’abbrivio di una nuova era della vita pubblica, fatta di libertà, eguaglianza e fratellanza, decorata in seguito con le vesta della solidarietà.
Ricordare quel giorno, a ottant’anni di distanza, non rappresenta un mero esercizio retorico né questo ricordo può avere la capacità di rinfocolare scontri oramai sepolti, proprio grazie a quel voto.
Custodiamone quindi il ricordo e coltiviamone le ragioni. Commemorare il 2 giugno serve infatti a tenere fermo nella mente di ciascuno di noi – nella stragrande maggioranza venuti al mondo anni se non decenni dopo quell’epifania democratica – che ogni essere umano è e deve essere libero di scegliere il proprio destino, che si è chiamati a scegliere per svolgere a pieno la propria cittadinanza – nel rispetto e nella tolleranza di chi percorre un pezzo di strada al nostro fianco – e che in democrazia, se vissuta con sincera attitudine, la libertà non è elemento accessorio, ma seme costitutivo del nostro essere fino in fondo uomini e donne.
Ricordare con trasporto quel 2 giugno ci offre la testimonianza migliore che possiamo utilizzare da un lato per omaggiare la volontà popolare (perché è al popolo che appartiene il potere sovrano, come sarà scritto pochi mesi dopo nell’art. 1 della Costituzione, frutto del più alto compromesso storico e costituzionale dell’epoca) e dall’altro per amplificare l’allora riconosciuto principio di parità tra uomini e donne.
Proprio loro, le donne. Pilastro politico svelatosi e rivelatosi per la prima volta al paese, in quella data, senza il quale ogni tentativo di seminare e coltivare i valori che ho appena citato sarebbe andato senza dubbio disperso.
A dare un tributo visivo a questa imprescindibile colonna della nostra democrazia, ha provveduto anche la recente esposizione fotografica, molto evocativa, posta all’interno del sottopasso di piazza Crispi, a Viterbo, curata dall’Anpi, in cui sono stati raffigurati i volti e descritte le biografie delle “madri costituenti” del nostro paese (le ventuno donne elette liberamente all’interno dell’assemblea costituente: nove per la DC, nove per il PCI, due per il PSIUP e una per il Fronte dell’uomo qualunque, a dimostrazione della trasversalità politica di quella conquista culturale).
Onore quindi anche e soprattutto a loro, in questo giorno di festa, al loro coraggio, alla loro intelligenza e alla loro lungimiranza.


