Schiavi nel bosco: la tratta della droga che sfrutta i migranti nella Tuscia
Cronaca
30 Luglio 2026
Schiavi nel bosco: la tratta della droga che sfrutta i migranti nella Tuscia

Armi puntate contro chi tenta di scappare, ferite mai curate, accampamenti pronti a sparire in pochi minuti. Dietro un ferimento a colpi d’arma da fuoco nei boschi dei Cimini, la procura di Viterbo scopre un sistema di sfruttamento che trasforma giovani migranti in manodopera prigioniera dello spaccio

VITERBO – C’è una gamba ferita da un colpo di arma da fuoco, sabato pomeriggio, nei boschi dei Cimini.

E dietro quella ferita, secondo quanto ricostruito dalla procura di Viterbo e dai carabinieri, c’è molto di più di un regolamento di conti tra spacciatori: c’è il sospetto di un sistema che tiene prigionieri i propri stessi manovali della droga, giovani nordafricani reclusi nella boscaglia e costretti a vendere sostanze senza possibilità di andarsene.

Il fascicolo aperto dagli inquirenti ipotizza tentato omicidio e sequestro di persona. Non un caso isolato, ma il tassello più recente di un’indagine che sta ricostruendo, boschi dopo bosco, i contorni di una vera e propria tratta a fini di sfruttamento nello spaccio.

Cosa è successo sabato

Verso le 15,30 due uomini avrebbero tentato di allontanarsi da uno degli accampamenti utilizzati come base per la vendita di droga. Ma andarsene, secondo la ricostruzione degli investigatori, non sarebbe stata una scelta concessa: i due sarebbero stati inseguiti e raggiunti da colpi d’arma da fuoco. Uno è riuscito a raggiungere Viterbo e a presentarsi ai carabinieri, l’altro – il cugino – è rimasto ferito a una gamba ed è stato ricoverato all’ospedale Santa Rosa, dove non risulta in pericolo di vita. Ai militari sono stati consegnati fotografie e video dei rifugi nascosti tra gli alberi, oltre a indicazioni su chi li frequentava. Il materiale è ora al vaglio degli investigatori.

Il sistema: due fratelli al comando, giovani reclusi nel bosco

Secondo l’ipotesi investigativa, a dirigere la piazza di spaccio sarebbero due fratelli, ritenuti responsabili del rifornimento di cocaina, eroina e altre sostanze. Ai loro ordini avrebbero lavorato giovani nordafricani, tenuti nei boschi e obbligati a occuparsi della vendita al minuto. Non collaboratori, ma vite recluse in un ingranaggio da cui uscire sarebbe stato pericoloso. I ripari usati come base, spiegano gli inquirenti, sarebbero stati scelti in punti difficili da raggiungere e pensati per essere smontati in fretta in caso di controlli. Le armi trovate – pistole e fucili – avrebbero avuto una doppia funzione: proteggere il giro d’affari, ma anche scoraggiare chi avesse provato a fuggire.

“Ferito due mesi fa, mai portato in ospedale”

È forse il dettaglio più duro emerso finora: uno degli uomini sentiti dagli investigatori avrebbe raccontato di essere già stato ferito, a una spalla, circa due mesi prima, durante un precedente tentativo di allontanarsi. Nessun ospedale, nessuna cura. Una circostanza ancora da verificare, ma che apre uno scenario inquietante su quanti episodi simili possano non essere mai emersi.

Non è la prima volta

I boschi della Tuscia erano già finiti sotto la lente dei carabinieri lo scorso marzo, quando il nucleo investigativo del reparto operativo di Viterbo, insieme alle compagnie di Viterbo e Civita Castellana e allo squadrone eliportato Cacciatori Calabria, aveva individuato tre accampamenti. Nei due bivacchi scoperti a San Martino al Cimino furono sequestrati un fucile semiautomatico da caccia rubato, una pistola semiautomatica, munizioni, cartucce calibro 12, una pistola a salve, coltelli, una roncola, circa 900 grammi di hashish, bilancini, cellulari, tablet e materiale per confezionare le dosi. Un terzo rifugio, individuato a Orte, fu trovato vuoto: gli occupanti erano riusciti a fuggire prima dell’arrivo dei militari.

Un fenomeno che va oltre la Tuscia

Resta da chiarire se l’episodio di sabato sia collegato a quelli di marzo e quanto sia estesa questa rete. Ma il sospetto degli investigatori è che la boscaglia dei Cimini non sia un caso isolato: in tutta Italia, secondo indagini analoghe già emerse in altre procure, la stessa dinamica si ripeterebbe – giovani migranti irregolari, privi di documenti e di alternative, trasformati in merce di scambio da chi gestisce lo spaccio, “nuovi schiavi” nascosti tra gli alberi a pochi passi dalle città.